Archivi categoria: Viaggi

Connecto ergo sum

La Biblioteque municipal di Marrakech non ha wifi. Mi sento persa. Non riesco a concentrarmi.

A Marrakech tutti i locali hanno il wifi, o almeno tutti i locali privati. E’ evidente che i locali statali hanno diverse priorità.

Durante la mia vana e continua ricerca di una rete wifi, ho riscoperto l’elenco delle reti a cui mi sono connessa ultimamente.

Ogni rete mi ricorda qualcosa: la stanchezza durante il viaggio dall’aereoporto alla città di Barcellona, casa mia a sbt, la birra del pub a El born, i giorni di devasto a casa di Sara a S.Lorenzo, la mia camera e le bestemmie del mio vecchio vicino in via Bagnera, il cafè di Starbucks, il viaggio con Primalinee e il pakistano che doveva arrivare a Catania, il mio arrivo a Marrakech e l’amarezza nel rendermi conto che non era così caldo come pensavo, la gioia nel vedere che anche il mio ostello da 3 euro a notte (con colazione inclusa) ha internet e che funziona bene, le mattinate trascorse tra thè alla menta e il sole che scotta sulla pelle, le chiacchierate su skype, la tajine di pollo cipolle e limone, il continuo vocio che arriva dalla strada, il marocchino con la maglia bianca che mi saluta dalla sua finestra, il gusto piccante delle lumache al vernissage di sabato, Sofia col pandino disegnato sul vestito che si divertiva a farsi fare foto e postarle su instagram, i canti berberi negli uffici della maroc telecom e la scoperta che il primo microonde è stato realizzato nel 1947.

 

.italo — CM — password
ADSL2888 —
ADSL5322 —
ADSL7653 —
Alhambra — CPu — open
Barcelona WiFi — CM — open
bestata — CPu — open
BTOpenzone-AreaClientes —
cafe du livre — CPu — open !!!
CAFETERIA — CPu — open
Cappuccino — CPu — password
Casanova — CPu — open
complab — CPu — open
dlink
FASTWEB-1-m8xq6S83wueG —
FreeWiFiOnBoard — CPu — open
Hotel Toulousain —CPu — open !!!
HTL OUDAYA — CPu — open
JAZZO — CPu — open
JAZZTEL_5D — CPu — open
KECHMARA1 — CPu — open !!!
mamma-net — CPr — password !!!
MCDO_HOTSPOT — CPu — password
Riad Douzi2 — CPu — open !!!
Riad Douzi2 — CPu — open !!!
Riad Yima — CPu — open !!!
Sara — CPr — password !!!
Sofitel — CPu — open!!!
TAXIECOLOGIC_705 — CPu — open
Telefonica
TNCAPC2AAD3 — CPr — password
TNCAPD147D3 — CPr — password
UCA_WIFI — CPu — password
vodafone8E2A — CPr — password
WLAN_38 — CPr — password
WLAN_C250 — CPr — password
WPEXT01 —

Annunci
Contrassegnato da tag , ,

I pranzi della domenica

Le ricette di questo post sono Melanzane speziate del Maharastra ripieneBatata Vada.

Una domenica mi ritrovai un bellissimo attico, locato in una traversa di University Road. La casa era moderna e occidentale. Non la vidi tutta, mi soffermai al soggiorno, con un bellissimo tavolo con piano in vetro, uno schermo 22 pollici e un divano in pelle marrone stile British e alla cucina, completamente in acciaio, con forno da incasso e dotata di ogni strumento possibile, compreso il tritarifiuti nel lavandino e il depuratore dell’acqua. Sicuramente era ben diverso dalla quello a cui ero abituata io, con un’unica piastra elettrica e due topolini che vivevano dietro al frigo. La signora che mi aveva invitato quella calda domenica di marzo nella sua casa, era un’indiana benestante che avevo conosciuto durante il corso di cucina internazionale che stavo frequentando. Era indubbiamente benestante. Il corso era della durata di tre settimane e costava 9000 rupie (128 euro), circa quanto lo stipendio pagato da un’azienda indiana media. Il suo sorriso paffuto era contagiante e i suoi kurta dai colori sgargianti sempre all’ultima moda. Per tre giorni alla settimana andavo sotto casa sua e lei mi accompagnava al corso. Si era interessata a me con l’affetto di una madre. Mi consigliava su come muovermi in India, sulle relazioni, sul futuro. Mi raccontò la sua vita. Il figlio perso in un incidente e il dolore immenso che ne seguì. Mentre parlava ogni tanto si girava a guardarmi. Mi sorrideva e mi rassicurava. E poi continuava a guidare. Quella domenica mi invitò a casa sua per insegnarmi a cucinare del cibo indiano. Le avevo espresso i miei dubbi sulla loro cucina. Non penso sia una cucina alla quale abituarsi così facilmente. Almeno per me italiana. Troppi sapori. Troppi miscugli. Troppo ricca. Troppo esagerata. Lei voleva dimostrarmi il contrario. Voleva che insieme preparassimo un pranzo indiano molto leggero e poco speziato. Così fu. Per prima cosa preparammo delle roti, il classico pane indiano a basso contenuto calorico. Poi una zuppa di dal, lenticchie. Le uniche spezie erano dei semi di cumino e del peperoncino. Le piccole melanzane indiane le cuocemmo con della salsa di pomodoro e della curcuma. E per finire l’immancabile basmati cotto nella pentola a pressione. Il dolce non era in linea con la leggerezza del pranzo. Ma nessun dolce indiano potrebbe esserne adeguato, dal momento che è composto almeno dal 70% di zuccheri. Il diabete è la quarta principale causa di morte del paese.
Il pranzo non poteva definirsi piccante e i piatti erano estremamente semplici. Allo stesso tempo, nonostante l’uso irrisorio delle spezie, mantenevano la loro identità indiana. Quell’odore di India che rimane appiccicato a qualsiasi cosa ci si trovi dentro. Forse è proprio quell’odore a rendere quei piatti per me indefinibili. Quell’odore che riempie ogni ingrediente e per quanto semplice sia lo carica fino all’esasperazione. Non esiste nulla di semplice in India. Tutto tende all’eccesso.

Melanzane speziate del Maharastra ripiene
Ingredienti:

  • 500gr piccole melanzane rotonde spuntate
  • 85gr cocco fresco grattuggiato
  • 4 cucchiai di semi di sesamo
  • 2 cucchiaini di semi di coriandolo
  • 2 cucchiaini e mezzo di semi di cumino
  • mezzo cucchiaino di tamarindo in polvere
  • 120gr di arachidi macinate
  • 1 cucchiaio e mezzo di jaggery o di zucchero di canna soffice integrale
  • 2 cucchiaini di pasta di zenzero
  • 1 cucchiaino e mezzo di pasta di aglio
  • 1 cucchiaino di peperoncino in polvere
  • 2 cucchiai di garam masala
  • 2 cucchiai d’olio
  • 1 cucchiaino di semi di cumino
  • un pizzico di assafetida
  • 1 cucchiaino di curcuma macinata
  • sale

Applicare dei tagli verticali e orizzontali alle melanzane mantenendo intatto il picciolo, quindi sciacquarle in acqua salata e metterle da parte.
In una padella, cuocere il cocco, i semi di sesamo, quelli di coriandolo e quelli di cumino a fiamma media per un minuto o finché sono leggermente dorati. Trasferire in un frullatore o un mortaio e aggiungere il tamarindo, le arachidi macinate, il jaggery o lo zucchero, le paste di zenzero e aglio, il peperoncino in polvere e il garam masala. Salare e e frullare o pestare con un pestello per ottenere una pasta. Riempire le melanzane con questa pasta.
Scaldare a fiamma alta l’olio in una grossa padella a fondo pesante, quindi ridurre il fuoco, aggiungere i semi di cumino e soffriggere per un minuto circa o finché i semi iniziano a sfrigolare. Unire l’assafetida, la curcuma e le melanzane ripiene, aumentare la fiamma e cuocere a fiamma alta per 2 minuti circa.

L’assafetida, nota anche come sterco di diavolo, è ottenuta dalla linfa di una pianta. Può avere consistenza di una resina ambrata oppure essere ridotta in polvere. Con la cottura perde il caratteristico odore forte e sgradevole e acquisisce un piacevole aroma di cipolla e aglio. Difficilmente reperibile nei supermercati ma anche negli alimentari etnici si trova più facilmente in un’erboristeria ben fornita

Diametralmente opposto era il cibo che distribuiva la mensa dell’università. Un capannone di lamiere situato nel mezzo di una foresta tropicale. C’era sempre ombra. Pochi i tavoli bianchi di plastica dove sedersi. Ci si poteva appoggiare su tronchi di alberi segati o su delle piccole balaustre. Dietro ai due banconi, uno per il chai, il classico thè indiano con latte e masala, e l’altro per il cibo, si affaccendavano in media tre uomini, molto spesso sudati e con i vestiti sporchi di cibo. Il menù era quasi sempre lo stesso. Idli con salsa di cocco e di mango. Bread patties, dei triangoli di pane impastellato e fritto ripieno di patate e spezie, servito con una sottospecie di ketchup dal colore rosso trasparente. Vada, delle piccole ciambelle di patate e lenticchie fritte. Sabudana Khichdi, perle di sago con patate, arachidi e poche spezie. Principalmente era cibo da colazione. Le cantine erano diverse e con menù diversi. Questa però aveva un fascino particolare. Probabilmente perché aveva tutto quel fascino esotico che un occidentale cerca durante un soggiorno in India. E del quale si pente subito dopo averlo tastato. Ci misi del tempo prima di abituarmi a mangiare in quella squallida capanna. Gli uomini prendevano in cibo direttamente con le mani e lo appoggiavano con molta poca grazia di piatti di alluminio non proprio brillanti. Non mi sono mai avvicinata alle posate, sciacquate con malevolenza in una bacinella piena d’acqua stagna e sapone. Ogni tanto sulla strada si affacciava una mucca e più raramente uno scimpanzé. Non mi immaginavo così il più grande campus dell’Asia. Ma dopo averci fatto l’abitudine devo dire che era diventato per me un posto accogliente e rilassante.

Batata Vada
Ingredienti:

  • 500 gr patate con bucce
  • 6 cucchiai di olio
  • 2 cucchiai e mezzo di pasta di aglio
  • 2 cucchiai e mezzo di pasta di zenzero
  • 1 cucchiaino e mezzo di pasta di peperoncino verde
  • un pizzico di assafetida
  • 1 cucchiaino scarso di curcuma macinata
  • 2 cucchiaini e mezzo di succo di limone
  • 2 cucchiai di foglie di coriandolo tritato
  • olio per friggere
  • saleper la pastella:

     

  • 150 gr farina di ceci
  • 1 cucchiaino e mezzo di cumino macinato

Cuocere le patate in una pentola di acqua bollente per 20 minuti circa o finché sono tenere, quindi scolare e lasciar raffreddare. Una volta fredde, pelare le patate, rimetterle nella pentola e schiacciarle.
Scaldare l’olio in una padella, aggiungere la pasta d’aglio e soffriggere per 2 minuti circa. Aggiungere gli ingredienti rimanenti, tranne l’olio per la frittura, e cuocere per altri 2 minuti. Togliere la padella dal fuoco, incorporare le patate schiacciate, quindi dividere il composto in 12 polpettine della dimensione di una noce.
In una ciotola mischiare la farina di ceci e il cumino, aggiungendo acqua per formare una pastella liquida.
Scaldare olio a sufficienza per friggere in un kadhai o in una padella a fondo pesante a 180°C o finché un dado di pane non scurisce in 30 secondi. Immergere le polpette nella pastella e poi nell’olio caldo. Friggere finché sono dorate, quindi scolare con una schiumarola e far asciugare su carta da cucina. Procedere in serie per cuocere tutte le altre polpette.

Il mio compleanno lo festeggiammo lì. Era marzo, l’inizio della primavera. Era caldo. Organizzammo un picnic. Seduti sul verde di uno del prati del campus e avvolti dai raggi del sole pranzammo. Stavolta mangiammo cibo prettamente europeo. Erano già diversi mesi che avevamo a che fare con cibo indiano. Era anche meritato. Fu una di quelle bellissime giornate dove è solo il sole a riempire la tua mente e la vita quotidiana è tenuta a distanza da quell’attimo.
Dopo un lauto pranzo da campo, ci spostammo in quello che era stato il paradiso di noi italiani a Pune. Dove l’espresso e il cappuccino esistono. Il cafè Peter Donuts è un locale grande e pulito sopra una affollata pompa di benzina in Aundh. E’ gestito da coreani, gioviali e gentili, e tutto è veramente perfetto e in ordine. La mattina non c’è mai nessuno. Gli indiani non fanno colazione con espresso e ciambella. E’ il luogo ideale per fare colazione se non si fa caso a spendere tre volte di più di quello che si spende per pranzo.
Nel pomeriggio si riempie di gente del luogo che beve frullati o ice tea e mangia ciambelle. L’ambiente è più caotico, ma rimane pur sempre piacevole. Io sono sempre stata un’assidua frequentatrice mattutina.
Quel pomeriggio invece era diventato una succursale di koreatown. Forse una riunione di famiglia. Conquistammo l’unico tavolo libero per concludere la giornata. 

Oggi voglio essere nostalgica. Mi manca il Peter Donuts con suo aroma di cafe e il suo sapore di pulito. Mi manca quel pattice sudicio e piccante. Mi manca la gentilezza delle persone che mi hanno accolta nelle loro case. Nonostante i suoi eccessi, mi manca la semplicità dell’India. 

Le ricette di questo post sono Melanzane speziate del Maharastra ripiene e Batata Vada.

Contrassegnato da tag , , , , , , , , , , ,

Il kurta della festa

La ricetta di questo post è Kamala Phoolkopi.
Le foto sono qui.

Gli scaffali di Fabindia sembravano una tavolozza di un poeta espressionista. La presenza dei colori in India è quasi invadente per un occhio come il mio, non abituato a quelle tinte forti e vivide che avevano reso la giusta notorietà a Matisse.
Quando si entra in India non si può non rimanere accecati dal perfetto campionario di colori a cui ci si ritrova di fronte. Dal giallo della curcuma e dal rosso della paprika, dal verde e dal viola dei sari e dall’arancione dei turbanti dei Sikh, dall’oro delle mani inanellate delle donne e dal blue del mare del Kerala. Tutto ha un suo colore e ogni colore ha un significato. Le uniche volte che mi capitò di vedere uomini e donne vestiti in bianco, fu durante funerali. Il bianco è il colore della purezza e della saggezza, è il colore attribuito alla casta dei bramini o sacerdoti. Per questo il bianco viene solo utilizzato durante i rituali e le puja, le preghiere. La parola varna, ossia le caste indiane (ufficialmente abolite nel 1947), letteralmente significa proprio colori. I bramini sono appunto rappresentati dal bianco. I kshatryia, i guerrieri e i governanti dal rosso, il colore della forza, del calore. Il giallo scuro o marrone rappresenta i vaishya, i commercianti e gli industriali, quelli che lavorano la terra e allevano gli animali, i costruttori di case. Il loro colore simboleggia il buon auspicio e il compimento. Gli shûdra sono i servitori, coloro che svolgono lavoro manuale pesante. A loro viene associato il colore cenere scuro. Agli intoccabili, ai paria, ai fuori casta non viene associato neanche un colore.

Domani cerca di indossare un kurta colorato. Il più possibile colorato. E’ un giorno di festa. Così Anand mi esortava quel giorno che mi invitò a casa sua per il festival di Ganesh. Io non avevo molti kurta. Ne avrei collezionati di più solo nei mesi seguenti. E sopratutto i miei kurta non erano degni di essere indossati da una donna indiana. Troppo semplici. Troppo sobri. Me ne ricordo uno in particolare, una fantasia floreale stampata, in bianco e nero. Dovevo comprarmi qualcosa. Ero dunque da Fabindia, circondata da centinaia di long o short kurta, divisi per tonalità: rossi, gialli, verdi, blu, viola, arancioni, neri, bianchi. Dalle mille fantasie, floreali o geometriche e dai più svariati tagli. Intorno a me donne indiane benestanti, alcune vestite all’occidentale con le voluminose chiome nere lasciate libere, altre avvolte in maestosi sari con i capelli stretti intorno alla nuca, si muovevano tra i diversi scaffali alla ricerca di qualcosa di sempre più sgargiante e vistoso. Cercai di immedesimarmi. Non posso dire di esserne stata capace. Ne uscii con un kurta monocolore di un verde pantone 361U con il collo alla koreana. Sperai che Anand potesse comunque apprezzare.

Kamala Phoolkopi – Cavolfiore con arance

Ingredienti:

  • 500gr cavolfiore diviso in cimette
  • 4 patate tagliate in pezzi da 2,5 cm
  • 1 cucchiaini di curcuma macinata
  • 4 cucchiai di olio
  • 2 foglie di alloro
  • 1 cucchiaini di zenzero fresco macinato
  • 2 cipolle tritate
  • 1 cucchiaio di peperoncino in polvere
  • 2 cucchiaini di cumino macinato
  • 1 cucchiaino di zucchero
  • 3 arance pelate a vivo e affettate
  • 3-4 peperoncini verdi senza semi e tritati
  • sale

per il garam masala:

  • 4 chiodi di garofano
  • 2 baccelli di cardamomo verde
  • 1 stecca di cannella lunga 5cm circa

In una ciotola capiente amalgamare bene le verdure e la curcuma.
Unire tutti gli ingredienti per il garam masala in una ciotola.
Scaldare a fuoco alto l’olio in una grossa padella a fondo pesante, quindi ridurre la fiamma. Aggiungere le verdure e cuocere per 2-3 minuti o finché sono leggermente dorate. Togliere dalla padella con una schiumarola e mettere da parte.
Mettere nella padelle le foglie di alloro e il garam masala e soffriggere per un minuto circa, o finché sono fragranti. Aggiungere lo zenzero macinato, le cipolle, il peperoncino in polvere, il cumino e lo zucchero e cuocere ancora un minuto o finché le spezie cambiano colore. Spruzzare qualche goccia d’acqua per evitare che bruci, se necessario. Aggiungere le verdure, salare e mescolare con cura.
Aggiungere la polpa di 2 arance, tenendo la terza per guarnire. Mescolare bene, quindi versare 125 ml di acqua, coprire e cuocere a fuoco lento per 15 minuti circa.
Circa 5 minuti prima della fine della cottura, aggiungere i peperoncini. A questo punto nella padella la salsa dovrebbe essere quasi del tutto appresa. Guarnire con l’arancia rimasta.

Casa di Anand era piccolina. Mi sembrava di aver mangiato il fungo di Alice che ti fa rimpicciolire. Tutto era minuscolo e stretto. Nella già di dimensioni ridotte sala, un grande spazio era destinato all’altare raffigurante decine di divinità indù.  Tra le tante ricordo un considerevole murti, letteralmente forma, di Lakshmi, la dea della prosperità e dell’abbondanza. La dea figlia del mare. La dea prodotta dalla zangolatura del mare di latte. La moglie di Visnu. La madre di Kama, la dea dell’amore. Si identifica spesso Lakshmi col denaro e infatti accanto a lei erano state poste diverse decine di rupie. La mamma di Anand ci accolse con il suo sorriso radioso. E’ una donna giovane e molto bella, avvolta nel suo sari rosso scarlatto. Ovviamente la comunicazione non è facile. Ma non impossibile, considerando che lei e il padre di Anand appartengono a due stati diversi dell’India e che quando si conobbero parlavano lingue diverse e nemmeno l’Indhi come lingua in comune. Questo non gli impedì di innamorarsi e iniziare una vita insieme.
Seduti l’uno vicino all’altro, intervallando po’ di marathi e un po’ d’inglese, parlammo del tempo, delle nostre giornate, della religione induista, di Ganesh. In fondo eravamo lì per celebrarlo.
Il festival di Ganesh è particolarmente sentito in Maharastra. E’ un festival che dura dieci giorni, durante i quali ogni famiglia porta lo spirito di Ganesh nella proprio casa attraverso il suo murti. Il festival finisce quando il murti viene immerso nella riversa d’acqua più vicina. A Mumbai nel Mar Arabico, a Pune nel fiume Mula-Mutha.
L’atto di immersione del murti nei fiumi simboleggia il fatto che essi sono solo una comprensione temporanea di un essere superiore. Il murti è infatti una manifestazione fisica, dimensionale e visiva di una divinità. Solo un simbolo attraverso il quale raggiungere la divinità.
Quella sera noi in quella casa lillipuziana, insieme a milioni di persone nell’enorme India, accompagnammo Ganesh verso l’acqua che avrebbe liberato il suo spirito da quella piccola statuetta di plastica che l’aveva imprigionato in quei dieci giorni. Da ogni portone uscivano piccole processioni, in testa un uomo scalzo reggeva un Ganesh di diverse dimensioni e fatture, in code decine di persone gridavano canti in suo onore. Ganpati Bappa Moriya Pudhchya Varshi Lavkar yaa. Oh Ganpati, mio Signore, ritorna presto l’anno prossimo.  Elefanti, cammelli, scimmie si susseguivano disordinatamente e come piccoli torrenti tutti convogliavamo verso l’immenso fiume di colori e luci che conduceva al fiume. Arrivati alle sponde del fiume non era più facile ritrovarsi. I piccoli gruppi erano diventati un unico grande nucleo familiare che si offriva dolci e parole gentili. Mi arrivarono tra le mani centinaia di palline di cocco e corone di fiori. La notte ci aveva ormai travolto, ma i fuochi nel fiumi e le musiche nei carri non volevano ancora cessare. Sarebbero andati avanti per tutta la notte, ballando e onorando il nome di Ganesh. Nei giorni di festa in India l’alcol non si può vendere né comprare. Ma giuro che una buona metà di quelle persone era ubriaca. Lasciammo Ganesh allontanarsi nel buio dell’acqua e seduti sull’argine del fiume ci godemmo lo spettacolo di quella notte che non sarebbe mai arrivata.

La ricetta di questo post è Kamala Phoolkopi.
Le foto sono qui.

Contrassegnato da tag , , , , , , , , , ,

Ganpati Bappa

Read in english here.

ganesh on varanasi walls

Un giorno la dea Parvati era a casa a prepararsi un bagno. Non voleva essere disturbata, così chiese a Nandi, il toro del marito Shiva, di fare da guardia alla porta e non permettere a nessuno di entrare. Nandi accettò l’incarico, ma quando Shiva tornò a casa e volle entrare in bagno, Nandi glielo concesse, essendogli molto fedele. Parvati fu molto arrabbiata. Lo diventò anche molto di più quando realizzò di non avere nessuno così fedele a lei come Nandi lo era a Shiva. Decise dunque di creare un figlio, che le sarebbe stato per sempre fedele. Togliendosi la pasta di curcuma che aveva sul corpo e soffiandoci vita sopra, diede vita a Ganesh.

Quando Parvati decise di nuovo di farsi un bagno, mise Ganesh di guardia alla porta. Questa volta, quando Shiva tornò, trovo uno strano ragazzo che gli impediva di entrare. Infuriato, Shiva ordinò al suo esercito di ucciderlo, ma questi non potettero, perché questo è il potere di Ganesh, figlio anch’esso di divinità.

Questo sorprese Shiva, che decise di lottare contro questo ragazzino non proprio ordinario, e trasportato dalla furia, gli tagliò la testa, uccidendolo all’istante. Come Parvati ne fu a conoscenza, animata dalla rabbia e bramosa di vendetta, minacciò di distruggere l’umanità intera. Ma il creatore Lord Brahma la supplicò di riconsiderare i suoi drastici piani e così lei accettò solo a due considizioni: la prima che Ganesh fosse riportato in vita e la seconda che fosse per sempre venerato come primo tra gli dei.

Shiva accettò le condizioni e mandò Brahma a prendere la testa della prima creatura vivente che avesse incrociato che fosse diretta verso il nord. Presto Brahma ritornò con la testa di un potente ed elegante elefante, che Shiva mise sopra il corpo di Ganesh. Soffiando una nuova vita dentro di lui, Shiva lo dichiarò anche suo figlio. Inoltre lo fece primo tra gli dei e a capo di tutti le ganas, categorie di viventi, Ganpati.

Ganpati Bappa Moriya Pudhchya Varshi Lavkar yaa.
Oh Ganpati, mio Signore, ritorna presto l’anno prossimo. 

Contrassegnato da tag , , , , , , , , , ,

Stay on each visit not to exceed 180 days and hence registration not required

Le ricette di  questo post sono palak paneer e khuska, riso bollito semplice.

Let me check your bag. Give me your passport. Fill the book. Un pesante libro, ingiallito dal tempo e logorato dall’eccessivo utilizzo mi si presentò di fronte agli occhi. Nome. Nome del padre. Cognome. Nazionalità. Indirizzo. Numero di telefono. Orario di ingresso. Ricordo a memoria la solita trafila da compilare per poter essere accettati dentro un qualsiasi ufficio indiano. L’aria era pesante. Il sole batteva violentemente. Nemmeno un filo d’aria che rendesse quella situazione per lo meno sopportabile. Da quello squallido cortile, cinto da lamiere lerce e tristi, affollato da uomini in divisa verde, incuranti di chiunque gli passasse di fronte, mi insinuai al’interno del FRO, acronimo per l’impietoso Foreigner Registration Office. Tre megalitici metal-detector si ergevano di fronte alla porta di ingresso. Suonavano indipendentemente da chi passasse sotto. Facevano un gran baccano. Ma sembrava che nessuno lo notasse. Due donne avvolte nei loro sari blu cobalto mi presero di nuovo lo zaino per un ulteriore controllo. Stavolta lo misero su uno di quei nastri automatici  per poi controllarne il contenuto dallo schermo di un computer di seconda generazione. Superati tutti i controlli, pensai ingenuamente che il grosso del lavoro era fatto, quando mi voltai e mi resi conto del marasma che affollava l’ufficio. Africani, Afghani, Iraniani, Europei, Americani. Tutti lì ammucchiati ad aspettare senza un presunto ordine, come un gregge di pecore che ha perso il cane pastore.

L’aria era assente e l’odore acre. Cercai di capire da che parte dovevo andare. Questa è la fila dei computer, da lì poi raggiungi le altre postazioni. Mi suggerii un ragazzo. Quella non poteva certo definirsi fila, piuttosto un’accozzaglia deforme di persone senza più una dignità. Alzai lo sguardo verso il soffitto, nella speranza di poter respirare dell’ossigeno, se ne era rimasto, e notai un’enorme piantina del mondo, con al centro l’India, in tutta la sua grandezza. Solo una domanda riecheggiava nella mia mente. Perché sono qui. Penso che chiunque fosse lì quel giorno con me si stesse ponendo la stessa domanda. E anche chi vi si stia trovando ora.

Arrivò finalmente il mio turno. La donna dai capelli nero pece e lo sguardo austero afferrò il mio passaporto e trascurando il mio critico stato mentale mi disse: C’è un errore, questo passaporto non lo posso accettare. Senza aspettare una mia risposta, mi ridiede il passaporto e iniziò a compilare il modulo con dati di qualcun’altro.

Ora lo so, in India nessuno ti ascolta. Certe volte fanno finta. Molto spesso fanno fatica. Non è mai facile spiegarsi con loro. Come si accorse anche Pasolini, ‘percepiscono le cose un po’ lentamente, hanno coordinazioni complicate’.  Cercai qualcuno che potesse aiutarmi. Mi avvicinai a un giovane dietro al banco delle informazioni. Mentre gli esponevo il problema, mi guardava col suo sorriso melenso. Mi rispose tutt’altro, sempre puntandomi quello stupido sorriso addosso. Dovetti insistere per fargli guardare il mio passaporto e capire quale fosse il problema. Mi disse che non ve ne erano.

Tornai ai computer. Risposi a un elenco di domande. In quella caldura sembravano infinite. Come in una staffetta, mi spostai di postazione in postazione, facendo foto, firmando pile di documenti, dichiarando cose che non avevano più importanza. Avevo solo bisogno di uscire da lì. Finalmente raggiunsi l’ultimo bancone. Finalmente potevo ricominciare a sorridere. Porsi un’incredibile quantità di documenti, prodotto di quelle ore soffocanti, nelle mani dipinte di rosso di un’altra donna. Anche questa volta, con un inflessibile gesto me li ritrovai in mano, senza essere stati timbrati. Protestai. Invano. Il mio passaporto aveva uno stampo incorretto e la registrazione per il permesso di soggiorno mi fu vietata.

Khuska – Riso bollito semplice

Ingredienti:

  • 1 kg di riso basmati sciacquato e scolato
  • 1 cucchiaino di sale

Portare 3 lt di acqua a ebollizione in una pentola grande a fondo pesante. Quando l’acqua bolle aggiungere riso e sale. Mescolare bene con un mestolo o cucchiaio di legno, coprire e cuocere per circa 12-15 minuti. Quando il riso è quasi cotto ma non ancora pronto, scolare con un setaccio o con un colino molto fine, poi rimettere il riso nella pentola e spruzzarlo con 125 ml di acqua. Mescolare per separare i chicchi e scolare di nuovo. Mettere un telo attorno e sotto il coperchio per assorbire l’umidità, poi mettere su fuoco basso in modo che il riso cuocia nel suo stesso vapore per circa 30 minuti. In alternativa cuocere su fuoco molto basso fino a completa cottura.
Il riso è conosciuto in tutto il mondo come ingrediente fondamentale della cucina indiana. Servito spesso come contorno, al naturale o leggermente condito, il riso può anche essere l’elemento centrale di un ottimo assortimento di ricette: la più nota è senza dubbio biryani.

Dopo innumerevole chiamate all’ambasciata e altrettante esasperanti visite in quell’ufficio, ormai indigesto, ottenni una lettera dall’ambasciata indiana che dichiarava l’errore dello stampo sul mio visto e fui possessore anch’io di quel permesso.

Quella sera tornai in hotel che era buio. Sarei voluta andare a cena fuori con dei ragazzi che avevo conosciuto, ma si era ormai fatto troppo tardi. Decisi di rimanere nel comfort del mio hotel, dove tutti erano gentili e gli interni erano puliti e placidi. Decisi di ordinare del cibo. Ne ordinai tanto. Ancora non mi ero abituata a mangiare nella cantina dell’università e all’odore onnipresente di India, che era riuscito a chiudermi lo stomaco. Non ricordo esattamente tutto quello che ordinai. Sicuramente palak paneer e garlic naan. Mentre ero seduta su un morbido letto, al riparo dai rumori e dal caos, rinfrescata e linda, mi gustai i sapori della cucina indiana. Non potevo più pensare al travaglio delle ore precedenti. Non potevo più provare amarezza o odio. Con la giornata che terminava, terminavano anche le mie angosce e i miei dubbi. E all’interno di quella stanza, l’odore di zenzero e cumino mi dava solo la speranza che il domani sarebbe stato migliore.

Palak Paneer – Paneer con gli spinaci

Ingredienti:

  • 100 gr di paneer
  • 250 gr di spinaci freschi tritati
  • 2 peperoncini verdi senza semi e tritati
  • mezzo cucchiaino di zenzero tritato
  • un pizzico di sale
  • 2 cucchiai di olio
  • un pizzico di semi di fieno greco
  • 1 cipolla tritata
  • 1 spicchio di aglio tritato
  • un pizzico di semi di cumino
  • 250 gr di pomodori passati

Tagliare il paneer a pezzi di 5 cm di larghezza e 2,5 cm di spessore e tenerlo da parte. Cuocere a fuoco moderato gli spinaci, i peperoncini e lo zenzero con una presa di sale e una spruzzata d’acqua in un tegame capace a fondo pesante per 3-4 minuti circa o fino a cottura degli spinaci. Lasciarli raffreddare, premere per estrarne l’acqua, quindi trasferirli in un frullatore o in un tritatutto e lavorarli fino a ridurli in purè. Mettere da parte. Scaldare a fuoco moderato l’olio in un tegame a fondo pesante, unire i semi di fieno greco e saltare per 30 secondi circa. Aggiungere la cipolla e saltare per 5 minuti circa o fino a farla colorire. Unire l’aglio e i semi di cumino e friggere per 30 secondi, poi aggiungere i pomodori passati e friggere per altri 5 minuti o fino a evaporazione del liquido rilasciato. Unire il paneer e mescolare delicatamente quindi aggiungere il purè di spinaci e cuocere per 2 minuti prima di servire.

Le ricette di  questo post sono palak paneer e khuska, riso bollito semplice.

Contrassegnato da tag , , , , , , ,

My passage to India

Le ricette di questo post sono garam masala e estratto di tamarindo.

Il mio primo incontro con l’India non fu dei migliori.

Verso mezzogiorno, quarantotto ore dopo aver lasciato il suolo italiano, arrivai finalmente a Pune. E già iniziarono i problemi.

Viaggiare non è altro che una seccatura: di problemi ce ne sono sempre più che a sufficienza dove sei.

Charles Bukowski

Ad esser sinceri l’India l’avevo conosciuta già la notte prima. Era notte fonda quando atterrai all’aeroporto di Bangalore. Ma le luci accecanti dei bar e dei negozi e il continuo viavai di gente carica di bagagli mi facevano credere di essere in un mondo parallelo, dove la notte e il giorno si confondono. Attirata dalla possibilità di poter finalmente vedere quel misterioso subcontinente e incentivata dalla dipendenza da nicotina, mi incamminai verso le porte scorrevoli. Gli aeroporti indiani sono controllati oltremisura. Non è permesso entrare senza un biglietto aereo. O comunque senza un permesso per accompagnatori. Fuori dalle porte, delle transenne segnano lo spazio dedicato ai viaggiatori e al resto del mondo. Io, che finora non avevo mai oltrepassato il continente, se non per una piccola sosta in Marocco, non avevo molta dimestichezza. Uscii, ma venni subito bloccata da un militare, un po’ troppo anziano e smilzo, che tra le mani reggeva un mitra non molto rassicurante. Penso che percepisse la mia titubanza. Sa che se esce non può più rientrare? Rimango perplessa. Ma ho un aereo domattina…Volevo solo fumare una sigaretta. Qui non può. Deve uscire. Mi guardo intorno. Effettivamente intorno a me non c’era nulla. Eravamo solo io e lui. Ma a due metri di distanza da noi una mandria di persone si accalcava verso le transenne, una baraonda rintronante. Rimasi a pensare se fosse il caso di abbandonare la sicurezza del silenzio e dell’ordine per gettarmi in quella cagnara. Forse si. Sacrificai il mio riparo e mi immersi nel caos. Rickshaw! Taxi! Where do you have to go? Give me your bags! Come with me! Come! Come! Fui letteralmente travolta da parole che ancora non riuscivo a interpretare. Non capivo cosa tutte queste persone volessero da me. Quello che volevo io era solo fumare una sigaretta. Rinunciai. Non penso ebbi il tempo di accenderne una. Ero già dentro l’aeroporto, con la sicurezza che da lì non sarei più uscita. 

Avevo comunque ancora diverse ore da spendere in aeroporto. Se ancora non ero in grado di affrontare la massa indiana, potevo comunque investigare sul cibo. Mi sedetti in un bar e osservai incuriosita la vetrina. Nulla era invitante e nemmeno troppo particolare. L’odore era però insolito. Abbastanza forte da appiccicarsi addosso. Banalmente esotico, imprevedibilmente nauseante. Il giorno dopo, percorrendo le strade di Pune, potevo ancora respirare quell’odore. L’odore del cibo e degli incensi, ma anche l’odore dei rifiuti e dello smog. L’odore dei templi e dei rituali. L’odore della tradizione. Di curcuma e cannella. Di chicken tikka masala e di masala chai. Di fiori di loto e di cocco appena tagliato. Di pan alla ciliegia e di betel masticato e sputato. Di rifiuti bruciati. Di urina. Di malattia.  Una mirabolante sintesi quella, che quando lasciai l’India speravo di aver conservato sottopelle.

Garam Masala

Ingredienti

  • 200 gr di semi di cumino
  • 75 gr di semi di coriandolo
  • 45 gr di baccelli di cardamomo nero
  • 45 gr di pepe nero in grani
  • 40 gr di baccelli di cardamomo verde
  • 40 gr di zenzero macinato

In un mortaio pestare tutti gli ingredienti con un pestello o macinarli con un macina spezie, e ridurli a una polvere fine. Passare la polvere al setaccio e conservare in un contenitore sottovuoto sterilizzato e asciutto.  Il garam masala può venire usato durante la cottura, ma, diversamente da altre spezie, viene spesso aggiunto al termine della cottura, in modo che l’aroma non sia disperso. Non è piccante nel proprio senso del termine, piuttosto parecchio pungente.

Arrivai finalmente a Pune che era quasi mezzogiorno. Questa volta uscii con sicurezza dall’aeroporto. Sapevo di trovare una macchina dell’hotel lì fuori. Aspettai. Ma nessuno passò a reclamarmi. Mi avvicinai dunque allo sciame di rickshaw che si consumava dalla voglia di spillarmi qualche soldo. Mi avvicinai a ognuno di questi uomini mostrando l’indirizzo del mio hotel. Avevano quasi tutti un’espressione di indifferenza, indossavano camicie slabbrate, bianche o marroni, apparentemente sporche e ciabatte. A volte a piedi nudi. Qualsiasi guida sull’India avvisa i suoi lettori di diffidare dei rickshaw drivers. E in tutto il tempo che ho trascorso ne ho conosciuti veramente pochi di drivers onesti. Prendere un rickshaw è forse la cosa più esasperante dell’India. E’ da ammirare la loro abilità nel ladroneccio e il loro incessante negare di fronte alla chiara evidenza. In dieci mesi sono riusciti a inventarsi di tutto per succhiare qualche rupia in più. La classica scusa del meter che non funziona. La tabella che ad ogni km associa una trentina di rupie in più del dovuto. E la cosa più detestabile,in certi posti sono determinati a non portarti, per qualche loro volere indeterminabile. Uno spiraglio di luce c’era però anche tra di loro: il rickshaw che prendevo tutte le mattine per andare in università, prima di usare il motorino. Un signore anzianotto e sorridente. Un sorriso caldo e rassicurante. Lo trovavo ogni mattina lì ad aspettarmi, mentre leggeva il giornale. Non parlava inglese. Non parlavamo. Ci salutavamo solo con dei sorrisi. Non mi chiese mai una rupia più del dovuto.

Estratto di tamarindo

Ingredienti

  • 50 gr di tamarindo

Mettere il tamarindo in una ciotola, versare 4 cucchiai di acqua tiepida a bagno per 30 minuti. Passarlo attraverso un colino in una ciotola pulita e scartare i residui. Questo estratto non può essere conservato, quindi deve essere prodotto secondo le necesssità.

Indagai sul prezzo. Quando sentii che il prezzo era comunque più basso di quello che mi aveva chiesto l’hotel, entrai nel richshaw senza contrattare. Ora so che non mi fregarono quel giorno. Da dentro quella versione indiana dell’Ape, che qualcuno definì ‘sgabuzzino giallo attaccato a una motoretta’, mi diressi verso un qualcosa di inaspettato. L’aeroporto era lontano e già si mostrava ai miei occhi quello che per stereotipo definisce l’India. Strade rotte piene di buchi, persone che dormono per strada, donne che lavano i panni nel fiume, uomini che si lavano nel fiume, bambini esili e sporchi che chiedono l’elemosina, con in braccio bambini più sporchi e più piccoli di loro, cani randagi, immondizia ovunque. Mi sentii estranea a quel posto, ma sentii il bisogno di conoscerlo meglio. D’altronde non poteva essere solo questo.

Le ricette di questo post sono garam masala e estratto di tamarindo.

Contrassegnato da tag , , , , , , ,

Prastāvanā

Questo libro, oltre che un’insonnia, è un viaggio. L’insonnia appartiene a chi ha scritto il libro, il viaggio a chi lo fece. Tuttavia, dato che anche a me è capitato di percorrere gli stessi luoghi che il protagonista di questa vicenda ha percorso, mi è parso opportuno fornire di essi un breve indice. Non so bene se a ciò ha contribuito l’illusione che un repertorio topografico, con la forza che il reale possiede, potesse dare luce a questo Notturno in cui si cerca un’Ombra; oppure l’irragionevole congettura che un qualche amante di percorsi incongrui potesse un giorno utilizzarlo come guida.

Antonio Tabucchi, Notturno Indiano.

Così inizio il mio viaggio in India.

Dieci mesi di vita insopportabile e saporosa, scandita dai rumori del traffico e dai canti dei mantra. Una vita immersa nell’odore di diossina e nell’aroma di masala. In un continuo giostrarsi tra la canicola esterna e il freddo all’interno. Fradicia all’inizio. Bollente alla fine. Una vita alla quale non ero assolutamente preparata, che ho sofferto e affrontato. E che ora ricordo con affetto e a tratti rimpiango.

Quello che racconterò non è quello che ho vissuto, o per meglio dire, non è come l’ho vissuto. Nel ricordo certe esperienze si sono ammorbidite e addolcite. Ora nel ricordo pervade la serenità e a volte la spensieratezza del sapere che è passato. Ed è di questo passato che voglio raccontarvi.

Il ‘breve indice’ dei luoghi da me percorsi (con la stessa presunzione di A.T. ‘che un qualche amante di percorsi incongrui potesse un giorno utilizzarlo come guida’):

  • Parichay Hotel, 1199/1A, FC Road, Pune, Maharastra
  • Duplex 14, Four Wings Society, Sindh Society, Aundh, Pune, Maharastra
  • Mariam’s House, Sirur Park Road, Seshadripuram, Bangalore, Karnataka
  • SRE Travels (Ananth Group) bus Bangalore-Hampi 8h45m
  • Ahmedabad Ac Ex Train from Gadag to Pune, 10h55m
  • Sea Shore Hotel, 4th fl, Kamal Mansion, Arthur Bunder Rd; Mumbai, Maharastra
  • Mumbai CST-Chennai Mail/11027Train from Pune to Chennai, 24h40m
  • Hotel Kurinchi, Nungambakkam, Chennai, Tamil Nadu
  • New Guest House, 64 Romain Rolland St, Pondicherry, Tamil Nadu
  • Mano Residency, 16 P.K. Salai, near New Bus Stand, Karaikal, Tamil Nadu
  • Janne and Haha’s House, 632, HIG Anna Nagar, , 80 Feet Road, , Madurai, Tamil Nadu
  • Hotel Tri Sea, Kovalam Rd, Kanyakumari, Tamil Nadu
  • Sivananda Yoga Vedanta Dhanwantari Ashram, Neyyar Dam P.O., Thiruvananthapuram Dist (Trivandrum), Kerala
  • Jicky’s Room, Near Helipad, Kurakkanni, Varkala, Kerala
  • Rose Wood Residency, H. No. 2 / 534, Poovath Abdul Kader Road, Near Gov. Hospital, Fort Kochin. Kerala
  • Hotel Ess Gee’s 12 / 9, East Patel Nagar, Nuova Delhi
  • Hotel Eritage, District Jhunjhunu (Shekhawati), Mandawa, Rajasthan
  • Hotel Bhairon Vilas, Next to Junagarh Fort, Bikaner, Rajasthan
  • Desert Moon, Near Sunset Point, Achalvansi Colony, Jaisalmer, Rajasthan
  • Devi Bhawan, Ratanada Circle, Defence Laboratory Road, Jodhpur, Rajasthan
  • Atithi Guest House, 1 Park House Scheme Opp All India Radio, M.I Road, Jaipur, Rajasthan
  • Hotel Sheena, Eastern Gate Taj Mahal, Agra, Uttar Pradesh
  • Povi’s Huts, Colamb bay, south end of Palolem Beach, Goa
  • Hotel Taj Plaza, Near Hotel Amar Vilas, Shilp Gram VIP Road, Agra, Uttar Pradesh
  • Hotel Pradeet, C 27/153, Jagatganj, Varanasi, Uttar Pradesh
  • Nangaldam Kolkata Gurumukhi Express/12326Train from Varanasi to Kolkata, 14h
  • Hotel Circular, Acharya Jagadish Chandra Bose Rd, Kolkata, West Bengal
  • Hotel Marine View, behind Marine Hall,near Phonix Bay jetty,Port Blair, South Andaman Island
  • Cross Bill Beach Resort , Havelock No. 3, Havelock Island, Andaman Island
Contrassegnato da tag , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,