My passage to India

Le ricette di questo post sono garam masala e estratto di tamarindo.

Il mio primo incontro con l’India non fu dei migliori.

Verso mezzogiorno, quarantotto ore dopo aver lasciato il suolo italiano, arrivai finalmente a Pune. E già iniziarono i problemi.

Viaggiare non è altro che una seccatura: di problemi ce ne sono sempre più che a sufficienza dove sei.

Charles Bukowski

Ad esser sinceri l’India l’avevo conosciuta già la notte prima. Era notte fonda quando atterrai all’aeroporto di Bangalore. Ma le luci accecanti dei bar e dei negozi e il continuo viavai di gente carica di bagagli mi facevano credere di essere in un mondo parallelo, dove la notte e il giorno si confondono. Attirata dalla possibilità di poter finalmente vedere quel misterioso subcontinente e incentivata dalla dipendenza da nicotina, mi incamminai verso le porte scorrevoli. Gli aeroporti indiani sono controllati oltremisura. Non è permesso entrare senza un biglietto aereo. O comunque senza un permesso per accompagnatori. Fuori dalle porte, delle transenne segnano lo spazio dedicato ai viaggiatori e al resto del mondo. Io, che finora non avevo mai oltrepassato il continente, se non per una piccola sosta in Marocco, non avevo molta dimestichezza. Uscii, ma venni subito bloccata da un militare, un po’ troppo anziano e smilzo, che tra le mani reggeva un mitra non molto rassicurante. Penso che percepisse la mia titubanza. Sa che se esce non può più rientrare? Rimango perplessa. Ma ho un aereo domattina…Volevo solo fumare una sigaretta. Qui non può. Deve uscire. Mi guardo intorno. Effettivamente intorno a me non c’era nulla. Eravamo solo io e lui. Ma a due metri di distanza da noi una mandria di persone si accalcava verso le transenne, una baraonda rintronante. Rimasi a pensare se fosse il caso di abbandonare la sicurezza del silenzio e dell’ordine per gettarmi in quella cagnara. Forse si. Sacrificai il mio riparo e mi immersi nel caos. Rickshaw! Taxi! Where do you have to go? Give me your bags! Come with me! Come! Come! Fui letteralmente travolta da parole che ancora non riuscivo a interpretare. Non capivo cosa tutte queste persone volessero da me. Quello che volevo io era solo fumare una sigaretta. Rinunciai. Non penso ebbi il tempo di accenderne una. Ero già dentro l’aeroporto, con la sicurezza che da lì non sarei più uscita. 

Avevo comunque ancora diverse ore da spendere in aeroporto. Se ancora non ero in grado di affrontare la massa indiana, potevo comunque investigare sul cibo. Mi sedetti in un bar e osservai incuriosita la vetrina. Nulla era invitante e nemmeno troppo particolare. L’odore era però insolito. Abbastanza forte da appiccicarsi addosso. Banalmente esotico, imprevedibilmente nauseante. Il giorno dopo, percorrendo le strade di Pune, potevo ancora respirare quell’odore. L’odore del cibo e degli incensi, ma anche l’odore dei rifiuti e dello smog. L’odore dei templi e dei rituali. L’odore della tradizione. Di curcuma e cannella. Di chicken tikka masala e di masala chai. Di fiori di loto e di cocco appena tagliato. Di pan alla ciliegia e di betel masticato e sputato. Di rifiuti bruciati. Di urina. Di malattia.  Una mirabolante sintesi quella, che quando lasciai l’India speravo di aver conservato sottopelle.

Garam Masala

Ingredienti

  • 200 gr di semi di cumino
  • 75 gr di semi di coriandolo
  • 45 gr di baccelli di cardamomo nero
  • 45 gr di pepe nero in grani
  • 40 gr di baccelli di cardamomo verde
  • 40 gr di zenzero macinato

In un mortaio pestare tutti gli ingredienti con un pestello o macinarli con un macina spezie, e ridurli a una polvere fine. Passare la polvere al setaccio e conservare in un contenitore sottovuoto sterilizzato e asciutto.  Il garam masala può venire usato durante la cottura, ma, diversamente da altre spezie, viene spesso aggiunto al termine della cottura, in modo che l’aroma non sia disperso. Non è piccante nel proprio senso del termine, piuttosto parecchio pungente.

Arrivai finalmente a Pune che era quasi mezzogiorno. Questa volta uscii con sicurezza dall’aeroporto. Sapevo di trovare una macchina dell’hotel lì fuori. Aspettai. Ma nessuno passò a reclamarmi. Mi avvicinai dunque allo sciame di rickshaw che si consumava dalla voglia di spillarmi qualche soldo. Mi avvicinai a ognuno di questi uomini mostrando l’indirizzo del mio hotel. Avevano quasi tutti un’espressione di indifferenza, indossavano camicie slabbrate, bianche o marroni, apparentemente sporche e ciabatte. A volte a piedi nudi. Qualsiasi guida sull’India avvisa i suoi lettori di diffidare dei rickshaw drivers. E in tutto il tempo che ho trascorso ne ho conosciuti veramente pochi di drivers onesti. Prendere un rickshaw è forse la cosa più esasperante dell’India. E’ da ammirare la loro abilità nel ladroneccio e il loro incessante negare di fronte alla chiara evidenza. In dieci mesi sono riusciti a inventarsi di tutto per succhiare qualche rupia in più. La classica scusa del meter che non funziona. La tabella che ad ogni km associa una trentina di rupie in più del dovuto. E la cosa più detestabile,in certi posti sono determinati a non portarti, per qualche loro volere indeterminabile. Uno spiraglio di luce c’era però anche tra di loro: il rickshaw che prendevo tutte le mattine per andare in università, prima di usare il motorino. Un signore anzianotto e sorridente. Un sorriso caldo e rassicurante. Lo trovavo ogni mattina lì ad aspettarmi, mentre leggeva il giornale. Non parlava inglese. Non parlavamo. Ci salutavamo solo con dei sorrisi. Non mi chiese mai una rupia più del dovuto.

Estratto di tamarindo

Ingredienti

  • 50 gr di tamarindo

Mettere il tamarindo in una ciotola, versare 4 cucchiai di acqua tiepida a bagno per 30 minuti. Passarlo attraverso un colino in una ciotola pulita e scartare i residui. Questo estratto non può essere conservato, quindi deve essere prodotto secondo le necesssità.

Indagai sul prezzo. Quando sentii che il prezzo era comunque più basso di quello che mi aveva chiesto l’hotel, entrai nel richshaw senza contrattare. Ora so che non mi fregarono quel giorno. Da dentro quella versione indiana dell’Ape, che qualcuno definì ‘sgabuzzino giallo attaccato a una motoretta’, mi diressi verso un qualcosa di inaspettato. L’aeroporto era lontano e già si mostrava ai miei occhi quello che per stereotipo definisce l’India. Strade rotte piene di buchi, persone che dormono per strada, donne che lavano i panni nel fiume, uomini che si lavano nel fiume, bambini esili e sporchi che chiedono l’elemosina, con in braccio bambini più sporchi e più piccoli di loro, cani randagi, immondizia ovunque. Mi sentii estranea a quel posto, ma sentii il bisogno di conoscerlo meglio. D’altronde non poteva essere solo questo.

Le ricette di questo post sono garam masala e estratto di tamarindo.

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