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Kamala Phoolkopi – Cavolfiore con arance

Ingredienti:

  • 500gr cavolfiore diviso in cimette
  • 4 patate tagliate in pezzi da 2,5 cm
  • 1 cucchiaini di curcuma macinata
  • 4 cucchiai di olio
  • 2 foglie di alloro
  • 1 cucchiaini di zenzero fresco macinato
  • 2 cipolle tritate
  • 1 cucchiaio di peperoncino in polvere
  • 2 cucchiaini di cumino macinato
  • 1 cucchiaino di zucchero
  • 3 arance pelate al vivo e affettate
  • 3-4 peperoncini verdi senza semi e tritati
  • sale

per il garam masala:

  • 4 chiodi di garofano
  • 2 baccelli di cardamomo verde
  • 1 stecca di cannella lunga 5cm circa

In una ciotola capiente amalgamare bene le verdure e la curcuma.
Unire tutti gli ingredienti per il garam masala in una ciotola.
Scaldare a fuoco alto l’olio in una grossa padella a fondo pesante, quindi ridurre la fiamma. Aggiungere le verdure e cuocere per 2-3 minuti o finché sono leggermente dorate. Togliere dalla padella con una schiumarola e mettere da parte.
Mettere nella padelle le foglie di alloro e il garam masala e soffriggere per un minuto circa, o finché sono fragranti. Aggiungere lo zenzero macinato, le cipolle, il peperoncino in polvere, il cumino e lo zucchero e cuocere ancora un minuto o finché le spezie cambiano colore. Spruzzare qualche goccia d’acqua per evitare che bruci, se necessario. Aggiungere le verdure, salare e mescolare con cura.
Aggiungere la polpa di 2 arance, tenendo la terza per guarnire. Mescolare bene, quindi versare 125 ml di acqua, coprire e cuocere a fuoco lento per 15 minuti circa.
Circa 5 minuti prima della fine della cottura, aggiungere i peperoncini. A questo punto nella padella la salsa dovrebbe essere quasi del tutto appresa. Guarnire con l’arancia rimasta.

 

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My passage to India

Le ricette di questo post sono garam masala e estratto di tamarindo.

Il mio primo incontro con l’India non fu dei migliori.

Verso mezzogiorno, quarantotto ore dopo aver lasciato il suolo italiano, arrivai finalmente a Pune. E già iniziarono i problemi.

Viaggiare non è altro che una seccatura: di problemi ce ne sono sempre più che a sufficienza dove sei.

Charles Bukowski

Ad esser sinceri l’India l’avevo conosciuta già la notte prima. Era notte fonda quando atterrai all’aeroporto di Bangalore. Ma le luci accecanti dei bar e dei negozi e il continuo viavai di gente carica di bagagli mi facevano credere di essere in un mondo parallelo, dove la notte e il giorno si confondono. Attirata dalla possibilità di poter finalmente vedere quel misterioso subcontinente e incentivata dalla dipendenza da nicotina, mi incamminai verso le porte scorrevoli. Gli aeroporti indiani sono controllati oltremisura. Non è permesso entrare senza un biglietto aereo. O comunque senza un permesso per accompagnatori. Fuori dalle porte, delle transenne segnano lo spazio dedicato ai viaggiatori e al resto del mondo. Io, che finora non avevo mai oltrepassato il continente, se non per una piccola sosta in Marocco, non avevo molta dimestichezza. Uscii, ma venni subito bloccata da un militare, un po’ troppo anziano e smilzo, che tra le mani reggeva un mitra non molto rassicurante. Penso che percepisse la mia titubanza. Sa che se esce non può più rientrare? Rimango perplessa. Ma ho un aereo domattina…Volevo solo fumare una sigaretta. Qui non può. Deve uscire. Mi guardo intorno. Effettivamente intorno a me non c’era nulla. Eravamo solo io e lui. Ma a due metri di distanza da noi una mandria di persone si accalcava verso le transenne, una baraonda rintronante. Rimasi a pensare se fosse il caso di abbandonare la sicurezza del silenzio e dell’ordine per gettarmi in quella cagnara. Forse si. Sacrificai il mio riparo e mi immersi nel caos. Rickshaw! Taxi! Where do you have to go? Give me your bags! Come with me! Come! Come! Fui letteralmente travolta da parole che ancora non riuscivo a interpretare. Non capivo cosa tutte queste persone volessero da me. Quello che volevo io era solo fumare una sigaretta. Rinunciai. Non penso ebbi il tempo di accenderne una. Ero già dentro l’aeroporto, con la sicurezza che da lì non sarei più uscita. 

Avevo comunque ancora diverse ore da spendere in aeroporto. Se ancora non ero in grado di affrontare la massa indiana, potevo comunque investigare sul cibo. Mi sedetti in un bar e osservai incuriosita la vetrina. Nulla era invitante e nemmeno troppo particolare. L’odore era però insolito. Abbastanza forte da appiccicarsi addosso. Banalmente esotico, imprevedibilmente nauseante. Il giorno dopo, percorrendo le strade di Pune, potevo ancora respirare quell’odore. L’odore del cibo e degli incensi, ma anche l’odore dei rifiuti e dello smog. L’odore dei templi e dei rituali. L’odore della tradizione. Di curcuma e cannella. Di chicken tikka masala e di masala chai. Di fiori di loto e di cocco appena tagliato. Di pan alla ciliegia e di betel masticato e sputato. Di rifiuti bruciati. Di urina. Di malattia.  Una mirabolante sintesi quella, che quando lasciai l’India speravo di aver conservato sottopelle.

Garam Masala

Ingredienti

  • 200 gr di semi di cumino
  • 75 gr di semi di coriandolo
  • 45 gr di baccelli di cardamomo nero
  • 45 gr di pepe nero in grani
  • 40 gr di baccelli di cardamomo verde
  • 40 gr di zenzero macinato

In un mortaio pestare tutti gli ingredienti con un pestello o macinarli con un macina spezie, e ridurli a una polvere fine. Passare la polvere al setaccio e conservare in un contenitore sottovuoto sterilizzato e asciutto.  Il garam masala può venire usato durante la cottura, ma, diversamente da altre spezie, viene spesso aggiunto al termine della cottura, in modo che l’aroma non sia disperso. Non è piccante nel proprio senso del termine, piuttosto parecchio pungente.

Arrivai finalmente a Pune che era quasi mezzogiorno. Questa volta uscii con sicurezza dall’aeroporto. Sapevo di trovare una macchina dell’hotel lì fuori. Aspettai. Ma nessuno passò a reclamarmi. Mi avvicinai dunque allo sciame di rickshaw che si consumava dalla voglia di spillarmi qualche soldo. Mi avvicinai a ognuno di questi uomini mostrando l’indirizzo del mio hotel. Avevano quasi tutti un’espressione di indifferenza, indossavano camicie slabbrate, bianche o marroni, apparentemente sporche e ciabatte. A volte a piedi nudi. Qualsiasi guida sull’India avvisa i suoi lettori di diffidare dei rickshaw drivers. E in tutto il tempo che ho trascorso ne ho conosciuti veramente pochi di drivers onesti. Prendere un rickshaw è forse la cosa più esasperante dell’India. E’ da ammirare la loro abilità nel ladroneccio e il loro incessante negare di fronte alla chiara evidenza. In dieci mesi sono riusciti a inventarsi di tutto per succhiare qualche rupia in più. La classica scusa del meter che non funziona. La tabella che ad ogni km associa una trentina di rupie in più del dovuto. E la cosa più detestabile,in certi posti sono determinati a non portarti, per qualche loro volere indeterminabile. Uno spiraglio di luce c’era però anche tra di loro: il rickshaw che prendevo tutte le mattine per andare in università, prima di usare il motorino. Un signore anzianotto e sorridente. Un sorriso caldo e rassicurante. Lo trovavo ogni mattina lì ad aspettarmi, mentre leggeva il giornale. Non parlava inglese. Non parlavamo. Ci salutavamo solo con dei sorrisi. Non mi chiese mai una rupia più del dovuto.

Estratto di tamarindo

Ingredienti

  • 50 gr di tamarindo

Mettere il tamarindo in una ciotola, versare 4 cucchiai di acqua tiepida a bagno per 30 minuti. Passarlo attraverso un colino in una ciotola pulita e scartare i residui. Questo estratto non può essere conservato, quindi deve essere prodotto secondo le necesssità.

Indagai sul prezzo. Quando sentii che il prezzo era comunque più basso di quello che mi aveva chiesto l’hotel, entrai nel richshaw senza contrattare. Ora so che non mi fregarono quel giorno. Da dentro quella versione indiana dell’Ape, che qualcuno definì ‘sgabuzzino giallo attaccato a una motoretta’, mi diressi verso un qualcosa di inaspettato. L’aeroporto era lontano e già si mostrava ai miei occhi quello che per stereotipo definisce l’India. Strade rotte piene di buchi, persone che dormono per strada, donne che lavano i panni nel fiume, uomini che si lavano nel fiume, bambini esili e sporchi che chiedono l’elemosina, con in braccio bambini più sporchi e più piccoli di loro, cani randagi, immondizia ovunque. Mi sentii estranea a quel posto, ma sentii il bisogno di conoscerlo meglio. D’altronde non poteva essere solo questo.

Le ricette di questo post sono garam masala e estratto di tamarindo.

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Not close to the emergency exit

Le ricetta di questo post sono beryooni e persian lasagne.
Non ci sono foto relative al post. Ma ci sono foto di Persepolis.
  

Penso sia giunto il momento di concludere il mio viaggio in Iran. Ho aspettato a scrivere questo post. Concluderlo è come lasciarsi andare alle spalle quello che è stato. Non volevo succedesse.

L’Imperial Bazaar di Isfahan è immenso. Rispetto ai bazaar marocchini e indiani è ordinato e rilassante. Forse anche rispetto ai nostri mercati italiani. Le persone ti mettono a loro agio. Nessuno urla per invogliarti a comprare da lui. Nessuno cerca spudoratamente di fregarti dei soldi. Ognuno è dedito alla propria arte. E se ti avvicini ti incantano del loro sapere. C’è chi a mano con delle presse stampa motivi floreali su tappeti, c’è chi, sempre con le mani, impasta piccole porzioni di beryooni da servire alla folla affamata, c’è chi batte colpi di martello su fogli di rame concentrandosi esclusivamente sul suo colpo. E’ forse la zona del rame la più caotica. Osserviamo. Compriamo del gaz, dolci fatti di acqua di rose, zucchero e pistacchio. Mangiamo del gelato. E’ caldo.

Dal mercato ci spostiamo verso il Khaju Bridge, fatto costruire da Abbas II. Seduti sotto gli archi del ponte ascoltiamo cantare antiche melodie persiane. Sembra di essere in un palazzo. Non c’è nemmeno il fiume. Il caldo lo ha prosciugato. Possiamo quindi camminare sul letto del fiume e osservare il ponte mentre cala il buio.

La sera ci spostiamo in una paese vicino a casa di amici. Frutta. Thè. Shisha. Solita routine. Odio non parlare persiano.

Beryooni

Ingredienti

  • 3 cipolle
  • 1 kg manzo macinato
  • 30 gr burro salato
  • 1 tazza brodo di carne
  • 33 cucchiaini di curcuma
  • 166 cucchiaini di pepe
  • 25 cucchiani di cannella

Stufare le cipolle nel burro finché diventano dorate. Aggiungere la curcuma e la carne e lasciar cuocere finché la carne si dora. Aggiungere il brodo, la cannella e il pepe. Abbassare il fuoco e lasciar andare per 45/60 minuti. Servire con pane.

Non c’è ancora luce quando partiamo per Shiraz. Sono ancora addormentata quando incontriamo Amir alla stazione dei bus. Amir ha un volto strano, non molto rassicurante. Avevamo contattato Amir e sua moglie Nasim su couchsurfing e ci avevano dato disponibilità per ospitarci. Ci presentiamo e ci conduce in macchina a casa sua. Il caldo di Shiraz è soffocante. E’ quasi impossibile camminare sotto il sole. L’asfalto è cocente. Amir e’ in realtà cordialissimo. Mi sbagliavo. A casa conosciamo Nasim. Lei è bella e solare. Lui un ingegnere con la passione per la fotografia, lei un tecnico sanitario che diventa la sua modella. Sono giovani, sui trent’anni e parlano un inglese perfetto. Stanno cercando di emigrare in Australia e da diversi anni sono alle prese con la burocrazia per poter lasciare il loro paese ed entrare in uno nuovo alla ricerca di possibilità che adesso possono solo immaginarsi. Sono innamorati. Ci raccontano del loro matrimonio e ci mostrano il video delle nozze. Sono felici. In Iran sono sistemati bene, hanno una casa piccola ma ben arredata e colorata e un buon salario. Ma si sentono stretti in questo paese, hanno una mentalità molto aperta. Non hanno mai viaggiato all’estero, ma conosco moltissime culture. Da otto anni ospitano gente di diverse nazionalità per migliorare il loro inglese e per viaggiare tramite i racconti degli altri. Ci chiedono dell’India. Mi chiedono dell’Italia.

La sera siamo invitati al cena dal fratello di Amir, Ehsan.Prima di cena ci fermiamo al centro commerciale. E’ il compleanno della moglie di Ehsan e vogliamo comprarle un regalo. Proviamo diverse sciarpe, dai motivi e colori più variegati. Alla fine optiamo per una collanina. Ehsan è sui trent’anni anche lui, sposato, con una figlia di circa dieci anni.  Lui lavora col petrolio, non mi ricordo esattamente, mi pare fosse un chimico. Ehsan è anche un tatuatore. Non può diventare la sua professione, in Iran è illegale il tattoo. Ma lui è ben attrezzato e con gran voglia e lavora ugualmente, in casa. Ha diversi tatuaggi, frutti dei suoi studi, tutti in posti ben nascosti. Colgo l’occasione e gli chiedo se ne può fare uno anche a me.

Così il giorno dopo ci troviamo a casa di Amir e durante il pranzo mi preparo per farmi segnare indelebilmente. In cambio avevo anche promesso che avrei fatto delle lasagne. Ma è tardi e dopo poche ora ho il volo che mi porta a Dubai. Sono così costretta a dare direttive ad Hamed e Nasim che cucinano, mentre cerco di muovermi il meno possibile, permettendo ad Ehsan di disegnare. Le lasagne sono ottime.

Persian lasagne

Ingredienti

  • 12 lasagne
  • 300 gr marzo macinato
  • 1 pacco di formaggio in busta (diceva essere mozzarella)
  • concentrato di pomodoro
  • 1 carota
  • 1 cipolla
  • 50 gr burro
  • 50 gr farina
  • 1/2 l latte
  • sale
  • pepe

Scaldare tre cucchiai d’olio e far stufare la carota e la cipolla tritate. Aggiungere la carne macinata, lasciare colorire. Salare e unire il concentrato di pomodoro diluito in 2 bicchieri d’acqua e cuocere per mezz’ora. Insaporire con un pizzico di pepe. Fare la besciamella: in un pentolino lasciare fondere il burro, unire la farina mescolando velocemente. Diluire il composto versando a filo il latte tiepido e continuare a mescolare fino a quando la besciamella inizia a bollire. Salate, diminuire la fiamma e cuocere per circa venti minuti. Insaporire con un pizzico di pepe. In una pirofila imburrata fare un primo strato di lasagne, distribuire sulla superficie alcuni cucchiai di ragù e di besciamella, spolverizzare con formaggio grattugiato e distribuire fiocchetti di burro. Fare un altro strato di lasagne e condimento, continuare fino a esaurimento degli ingredienti. Finire con besciamella e ragù. Mettere in forno a 180° per mezz’ora.

Con ancora le lasagne sullo stomaco, Amir ci accompagna in aeroporto. Salutiamo Amir e io e Hamed ci dirigiamo all’ingresso. Ci salutiamo. Sembrava che non ci saremmo più rivisti, per lo meno non in un tempo stabilito. Con gli occhi pieni di lacrime mi avvicino al banco del check-in. Come mai piange? Mi dispiace lasciare l’Iran. E ho paura di volare. L’uomo sorride. Non si preoccupi, andrà bene. Mi dica che posto preferisce. Non vicino all’uscita di emergenza.

Le ricetta di questo post sono beryooni e persian lasagne.
Non ci sono foto relative al post. Ma ci sono foto di Persepolis.

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The Half of the World

Le ricette di questo post è goosh-e fil.
Le foto sono qui.

Mi commossi quasi, quando ai miei occhi si aprì, con tutta la sua maestosità, la piazza Naqsh-e Jahan.

Era primo pomeriggio. Le due circa. La piazza era immersa nella luce calda ed accogliente del sole. Era caldo. Molto caldo. In piazza vi erano poche persone. Qualcuno mangiava un gelato all’ombra di qualche cespuglio, qualche bambino correva ridendo. Per me fu un caloroso benvenuto (in stile iraniano) quello che la piazza ci stava offrendo:  la serenità e la calma che si respiravano appagarono la sensazione di disorientamento che una piazza così grande può dare.

Camminammo sotto i portici che tracciano il perimetro della piazza. Per quanto è grande venivano qui organizzate gare di polo. A testimonianza ci sono due piloni, che fungevano da porte. Osservammo la piazza attentamente. Ne ammirammo l’elegante architettura.

La piazza Naqh-e Jahan, conosciuta anche come piazza dell’Imam, faceva parte dell’opera di ricostruzione della città di Isfahan voluta dallo shah Abbas. Abbas fu “il grande” della dinastia dei Safavid. Un brillante stagista. Un talentuoso amministratore. Un mecenate dell’arte. Un despota senza regole. Nel 1598 decise di far spostare la capitale da Qazvin alla più centrale Isfahan, ricostruendo questa città per celebrare la bellezza e la potenza della Persia. Come si può ben dedurre, questa operazione diede straordinaria importanza alla città, che diventò una delle città più belle e più grandi del mondo.

Isfahan viene da allora chiamata “la metà del mondo”.

Se hai visto Isfahan, hai visto metà del mondo.

(Detto popolare)

E questo era senza dubbio vero. Ad Isfahan si concentrarono diverse culture e religioni: armeni, cinesi, italiano, inglesi, spagnoli. Entrando ad Isfahan ci si poteva imbattere con veramente metà del mondo. Lo shah Abbas aveva infatti stretto rapporti con queste popolazioni e si era sempre dimostrato tollerante nei loro confronti. La popolazione di Isfahan raggiunse in quegli anni il mezzo milione di abitanti. Abbas era cosi orgoglioso del suo capolavoro che lo amava mostrare e organizzava grandi ricevimenti nel suo palazzo dal quale si poteva ammirare in toto l’eleganza delle sua piazza. Egli fu senz’altro un sovrano dedito alle arti e alla bellezza, e visitando il suo palazzo non si può fare a meno di notarlo.

La piazza viene circondata dai simboli delle tre principali componenti del potere in Persia: il Bazaar Imperiale, il potere economico; il palazzo Ali Qapu, il potere dello shah e la Masjed-e Shah, il potere religioso.

Eravamo seduti proprio di fronte la moschea quando alcuni uomini e donne vestiti di nero ci si avvicinarono. Li sentii fare mille domande, e io non capii nulla fino a quando Hamed non mi prese per un braccio e mi condusse fuori dalla piazza. Hanno detto che se ci rivedono in piazza ci faranno dei problemi. Fummo banditi dal centro della bellezza e del potere della Persia anche noi, come molti prima di noi, sotto volere dello shah Abbas, ossessionato dalla paura di essere assassinato. Fummo fortunati. Molti furono da Abbas condannati al buio o alla morte.

La cacciata dalla piazza ci permise di rifugiarsi in uno dei posti più caratteristici che abbia mai avuto modo di vedere: la sala da thè persiana.

Queste stanze, di solito due, una per soli uomini, l’altra per uomini e donne, si trovano nascoste in qualche piccola via traversa. Sono un piccolo tesoro da scovare.

Già dalla porta notai la stravaganza di questo posto. Nell’atrio, prima della porta, decine e decine di lampade, di ogni forma e colore, erano appese al soffitto affiancate da cornici, anch’esse di diversa forma l’una dall’altra, raffiguranti immagini più svariate. Non avevo però idea ancora di quello che mi aspettava all’interno: centinaia di lampade, centinaia di cornici, statuine, foto, strumenti musicali, armi. Un’accozzaglia di oggetti che ricopriva ogni centimetro cubo delle pareti. L’ambiente era stretto. Il soffitto basso. La luce soffusa. E all’interno nuvole di fumo grigio dal sapore fruttato. Già, perché quello che si fa in queste sale è bere thè e fumare shisha. Ci diedero anche dei magnifici dolci da gustare, i cosiddetti Goosh-e fil, letteralmente orecchie di elefante.

Goosh-e Fil

Ingredienti

  • 1 tazza di zucchero
  • 1 cucchiaio di cardamomo grattuggiato
  • 60 gr pasta fillo
  • 2 tazze olio

Unire zucchero e cardamomo e mischiare bene.  Tagliare la pasta fillo in rettangoli di 7×10 cm. Gentilmente piegare questi rettangoli al centro, formando un nastro. Far riscaldare l’olio e friggere 2/3 nastri alla volta per 30 secondi. Far raffreddare e cospargere con lo zucchero e il cardamomo.

Sarei rimasta in quello sgabuzzino dall’odore magico per tutto il giorno. E per i giorni successivi. Ma dovevamo ancora vedere il bazar e raggiungere poi la nostra meta finale, Shiraz.

Ma questa è un’altra storia.

Le ricette di questo post è goosh-e fil.
Le foto sono qui.

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Along the Caspian sea

La ricetta di questo post è spaghetti persian style
Le foto sono qui.

Dopo qualche giorno passato a Teheran, siamo partiti alla ricerca di nuovi posti da vedere. Un nostro amico, Sunil, vive al nord dell’Iran, sulla costa del mar Caspio. Così abbiamo deciso di andarlo a trovare.

Siamo partiti in macchina io, Hamed, Pooya e Hamzeh, il fratello di Hamed.

Adoro viaggiare via terra. Odio gli aerei. Preferisco spendere il tempo seduta in una macchina o in un treno, piuttosto che in un gate d’aereoporto. Ammetto di avere una fottutissima paura di volare e che l’attesa al gate possa a volte essere una rilassante pausa durante un viaggio, ma non può essere paragonabile alla quasi impercettibile percezione del cambiamento di paesaggio che ti circonda. Ci siamo allontanati dalla Teheran delle persone, dove su ogni angolo potevi vedere famiglie e amici spiaggiati a bere thè e fumare shisha, dalla Teheran a sei corsie, dove ad ogni angolo potevi rischiare di essere messo sotto da  una macchina in piena velocità, e abbiamo raggiunto un paesaggio fatto di montagne rocciose, dove il mondo diventa solo quello della tua macchina.

Lungo la strada Hamzeh ogni tanto ci faceva fermare, qualche volta per fumare shisha, qualche volta per pregare. (Hamzeh in quel periodo aveva deciso di diventare religioso, non so se lo è ancora)

Ci siamo fermati per mangiare. Non avevo molta fame. Non ho mai mangiato così tanto come in Iran in nessuno dei miei altri viaggi. E poi ero nervosa. Non ricordo perchè. Ricordo solo che lo ero. Presi un aab talebi, succo di melone verde, la mia droga persiana. Ricordo di essere andata da sola ad ordinarlo. Ovviamente il commesso non parlava inglese, e io non parlo persiano. Ma sapevo dire quello che volevo e i numeri e mi sentivo in grado di reggere quella conversazione. Invece non era così. In Iran la moneta ufficiale è il rial, che, piccola curiosità, è la moneta meno valutata al mondo. Però anche se non più ufficiale, viene usato il toman spesso e volentieri. Nonostante la conversione non sia così complessa, 1 toman = 10 rial, sono riuscita a confondermi e nella confusione non riuscivo più a capire se in mano avessi rial o toman.

Verso sera arriviamo a casa di Sunil. Nota bene, in Iran l’ospitalità e le buone maniere sono estremamente importanti, quindi mai presentarsi a casa di qualcuno a mani vuote. E visto che il vino è illegale, i dolci sono ben graditi.  Come sempre, l’accoglienza è stata meravigliosa. Frutta e thè per iniziare. Come di consuetudine. E una cena spettacolare. Una consuetudine anche questa.Impossibile ricordarsi tutto. Sicuramente mahi-ye tu por ba anar pesce ripieno con salsa al melograno e spaghetti persian style.

Spaghetti Persian style

Ingredienti

  • 400 gr manzo macinato
  • 1 cipolla
  • 3 spicchi d’aglio
  • concentrato di pomodoro
  • 1 barattolo di pelati
  • 1/2 cucchiaino di cannella
  • 1/2 cucchiaino di curcuma
  • 1/2 cucchiaino di zenzero fresco tritato
  • 1/2 cucchiaino di curry
  • menta secca
  • olio d’oliva
  • sale
  • pepe

Stufare le cipolle e aggiungere cannella, curcuma e zenzero. Aggiungere la carne e curry e far imbrunire. In un’altra padella far scaldare l’olio con aglio, un pò di curcuma e menta. Aggiungere il concentrato di pomodoro e poi i pelati, sale, pepe e 1/2 bicchiere d’acqua. Far cuocere a fuoco basso per circa 15 minuti, finché la salsa prenda consistenza. Unire la carne e continuare a cuocere a fuoco basso per circa 30 minuti. Nel frattempo cuocere gli spaghetti in abbondante acqua. Prima del tempo di cotture scolare la pasta e aggiungerla al sugo e far cuocere per altri 15/20 minuti a fuoco basso con coperchio. Questo permette di creare il taadig, quella crosticina croccante di pasta. Girare sul piatto da portata. Servire con insalata e jogurt.

La sera usciamo a vedere il mar Caspio.  Fumiamo uno shisha di fronte al mare. Era buio. Non si vedeva nulla. Si sentiva solamente odore di sale.

La ricetta di questo post è spaghetti persian style
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Koobideh Kabab

Ingredienti

  • 500 gr  carne di manzo o agnello
  • 2 cipolle
  • 1 uovo
  • 4 pomodori
  • sale
  • pepe
  • sumac

La carne viene macinata due volte per ottenere una migliore consistenza. (altrimenti sembrerebbe un hamburger). Si aggiunge sale, aglio, pepe, sedano, sumac (rhus), cipolla grattugiata e un tuorlo d’uovo. Si copre e lascia marinare in frigo per almeno quattro ora. Si griglia su uno spiedo su carbone.

Si serve con riso accompagnato da pomodori e cipolle grigliate vicino alla carne.

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