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I <3 Teheran -part 3-

La ricetta di questo post è tachin.
Le foto sono qui.

When I was younger, so much younger than today,
I never needed anybody’s help in any way.
But now these days are gone, I’m not so self assured,
Now I find I’ve changed my mind and opened up the doors.

The Beatles

Sono di nuovo a Teheran. Questa volta sarà l’ultima.

Una gradevole sorpresa è stata la visita al Museo di Arte Contemporanea di Teheran (TMOCA). Il museo è stato progetta dall’architetto persiano Kamran Diba e sembra contenere opere dal valore complessivo di 2,5 miliardi di dollari. Gli artisti presenti: Pollock, Kandisky, Monet, Pissaro, Van Gogh, Picasso, Giacometti, Bacon, Ernst, Magritte, Rivera, Warhol, Lichtenstein, Mirò, Braque, Morandi, Duchamp e molti altri. Il museo è adiacente al Laleh Park, uno degli 800 parchi di Teheran.

Uno dei punti forte di questa immensa metropoli è sicuramente la presenza di queste aree verde. Gli abitanti di Teheran si ritrovano spesso a qui a banchettare o semplicemente passeggiare sorseggiando una birra al gusto di banana.

Una sera andai anche io con la famiglia di Hamed. Più che in un parco mi ritrovai in una riserva forestale.  Bevemmo thè, mangiammo Shirini Khoshk, dolci secchi tipici iraniani, e giocammo a volano. Penso che il volano sia uno sport nazionale in Iran. Dovunque vai trovi sempre qualcuno che gioca. Non c’è bisogno di un campo o di una rete. Bastano due racchette e un volano. Giocammo col vento, in pendenza e facendo attenzione al velo che cascava. Ci divertimmo un sacco.

Un’altra mattinata provammo ad entrare in un altro parco. Purtroppo La Squadra del Buon Costume Iraniana non me lo permise. A quanto pare, i miei jeans un pò strappati sul ginocchio offendevano la loro morale.

La Buon Costume Iraniana non permette a due giovani di sessi opposti non sposati di uscire insieme. Il ché comporta una percentuale elevata di matrimoni in giovate età e una conseguente altrettanto elevata percentuale di divorzi. Quindi anche il concetto di ‘uscire a rimorchiare’ è concepito in tutt’altro modo.  Eravamo in macchina con Behnam, un amico di Hamed e suo cugino. Mi avevano già raccontato come si rimorchia a Teheran, ma decisero di farmelo vedere con i miei occhi. Arriviamo in questo stradone enorme, a due sensi. Era mezzanotte passata, e in giro c’erano poche macchine. Ma non qui. Stranamente qui c’era così tanto traffico che si andava a passo d’uomo. Vedi che ci sono macchine con soli uomini  e sole donne. Vedi come si accostano l’una all’altra? E’ così che ci si conosce. Mi giro intorno e noto una processione a due file. Ogni tanto qualche macchina usciva dalla fila, accelerava un pò e subito si rimetteva in ordine vicino ad un’altra. Si avvicinano a noi delle ragazze. Abbassano il finestrino e iniziano a parlare col cugino di Behnam. Non capisco cosa si dicono, ma vedo lui che prende il cellulare e segna un numero. Dopodiché le ragazze si allontanano e il cellulare squilla. Di nuovo frasi per me indistinguibili. Poi lui si gira e ci dice, ho un appuntamento.

Tachin

Ingredienti

  • 2 e 1/2 tazze di riso basmati
  • 2 petti di pollo
  • 3 uova, solo il tuorlo
  • 1 e 1/2 tazza di jogurt naturale
  • 1 cipolla
  • 1/2 cucchiaini di zafferano, sciolto in 3 cucchiai di acqua calda
  • 2 cucchiai burro
  • 2-3 cucchiaio brodo di pollo
  • sale
  • pepe
  • sumac

In una pentola, mettere il petto di pollo con le cipolle. Aggiungere sale e pepe. Aggiungere una tazza d’acqua e portare ad ebollizione. Abbassare il fuoco e cuocere per un ora. Lasciar raffreddare e poi tagliare in piccoli pezzi.  Far bollire 6 tazze di acqua e aggiungere il riso. Far cuocere per circa 10 minuti, finché il chicco risulta morbido agli estremi e duro al centro. Scolare il riso e lavare con acqua fredda. In una ciotola mischiare jogurt, i tuorli d’uovo, sale e pepe. Aggiungere una tazza e mezza di riso e mischiare bene. In una pentola antiaderenti, non troppo profonda, mettere il burro sciolto e un cucchiaio di zafferano e distribuire uniformemente. Aggiungere 2/3 del riso mischiato con jogurt  e distribuire bene sulla superficie, aggiungere i pezzettini di pollo e ricoprire di nuovo col riso e jogurt. Aggiungere il riso rimasto e distribuire uniformemente sulla superficie, premendo. Versare il brodo e lo zafferano sulla superficie. Far cuocere a fuoco medio. Quando inizia a uscire vapore, abbassare il fuoco al minimo e  lasciar cuocere per un’ora finché non si forma la crosta. Una volta pronto, far raffreddare, ribaltare sul piatto da portata e guarnire con sumac.

Dovevamo lasciare Teheran e scendere al sud. Il mio piano era quello di arrivare a Bandar Abbas e da li prendere il traghetto per Dubai, da dove avrei preso l’aereo per Mumbai. Ovviamente quel piano non fu mai rispettato.

Prima di partire, organizziamo una cena a casa di amici. Cuciniamo kabab, beviamo vodka e un qualche liquore fatto da loro in casa (a base di sumac forse), balliamo alla luce di una palla da discoteca anni 80.

Con immenso dispiacere la mattina saluto Teheran. Ma so che ritornerò.

La ricetta di questo post è tachin.
Le foto sono qui.

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I <3 Teheran

Puoi leggere i racconti di queste foto: part1, part2 e part3.
You can read the stories about these: part1part2 and part3.

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I <3 Teheran -part 2-

La ricetta di questo post è  khoresht-e ghormeh sabzi
Le foto sono qui
 

Un buon motivo per alzarsi dal letto a Teheran c’era. La colazione.

Non sono una grande amante della colazione. O per lo meno non per come la intendiamo noi. Ho sempre preferito una fetta di pane con l’olio e caffè, al classico latte e biscotti. E la colazione persiana riflette perfettamente questo mio gusto.

Non troppo pomposa come quella inglese, non troppo dolciastra come quella francese, la colazione iraniana rinchiude nella sua delicata semplicità un perfetto equilibrio tra i gusti.

Appena alzati dal letto, ci sedevamo al bancone del bar che divideva la cucina dalla sala.

Sob bekheyr azizam.  
Sob bekheyr azizami.  
Khubi?
Man khubam, merci. To khubi?  
Kheyli khubam, merci.  
Chay mikhai?  
Bale, merci.  

Iniziavo la giornata rispolverando quel mio misero farsi. Come stai cara? Bene grazie, mia cara, tu? Molto bene. Vuoi del thè? Si, grazie. La mamma di Hamed ci serviva una fumante tazza di thè da accompagnare a quello che già era sulla tavola: paneer, la feta francese che a differenza di quella greca è più morbida e meno salata, miele, noci, marmellata, e del pane, solitamente lavash, ogni tanto sangak.

Adoro il pane persiano.

Sangak e Lavash

Il sangak è un pane non lievitato di farina di grano duro con una forma rettangolare o triangolare. E’ considerato essere il pane nazionale iraniano. Il nome, che significa piccole pietra (sang=pietra) deriva dal suo metodo di cottura tradizionale. Il pane veniva informato appoggiato su delle piccole pietre di fiume.  Si distinguono due varietà: quella classica, senza alcun condimento, o quella con l’aggiunta di semi di papavero o di sesamo.

Il lavash viene tradizionalmente steso molto fine e sbattuto contro le pareti calde di un forno d’argilla. E’ fatto di farina, sale e acqua e può essere condito con semi di sesamo o di papavero.   Quando è ancora fresco risulta morbido, ma si indurisce molto velocemente. Quando ancora soffice (o altrimenti riscaldato) si utilizza per avvolgere il cibo in modo da creare panini.

Il rituale è questo: staccare un pezzo di lavash, ricoprirlo con un pò di formaggio, noci e miele e avvolgere il pane per chiudere il tutto. Per quanto riguarda il thè, questo non si zucchera direttamente nel bicchiere, ma si mette una zolletta di zucchero in bocca, facendo attenzione a non succhiarla e si fa sciogliere poco per volta a contatto col thè. Attenzione a non farla sciogliere tutta al primo sorso. Una zolletta dovrebbe bastare per una tazza di thè.  Personalmente non credo di esserci mai riuscita.

A proposito di banchetti, mi ricordo quella sera che Pooya ci invitò a cena a casa sua. La mamma, una donna magrolina con degli occhi dolcissimi, aveva cucinato qualsiasi possibile specialità della cucina persiana. Era come essere finiti nel paradiso degli amanti del cibo iraniano. Non so se riuscirò a ricordarmi tutto, ma ci provo: Khoresht-e fesenjān, uno spezzatino di pollame, condito con succo di melograno e noci; Mirza-Qasemi, un miscuglio melanzane arrostite insaporite con aglio, pomodoro, curcuma, olio, burro, sale e pepe, il tutto ricoperto da un uovo;  Koofteh Berenji, delle polpette di manzo macinate con piselli; Tachin, uno sformato di riso con jogurt, zafferano e pollo; Ghormeh sabzi, uno stufato di agnello e erbe, tra le quali, prezzemolo, coriandolo, porro, spinaci e fieno greco. Ovviamente non da bere coca-cola, acqua, e birra analcolica ai più svariati gusti, le mie preferite erano al limone o ai frutti tropicali.

Oltre all’ottimo cibo, quella sera fu per me un’ulteriore scoperta del popolo iraniano. A tavola, il padre di Pooya, in inglese, mi raccontava della sua vita. Aveva studiato ingegneria in Turchia e ritornato in Iran lavorava come ingegnere. Era felice del suo lavoro che gli permetteva anche di mantenere un certo tenore di vita. Dopo la rivoluzione, la sua vita cambiò. Non erano ben visti dalla nuova Repubblica Islamica, coloro che avevano studiato fuori dall’Iran e che oltretutto non erano nemmeno mussulmani. Perse il lavoro e fu costretto a lavorare come tassista per diversi anni. Il papà di Pooya non è mussulmano, nemmeno Pooya lo è, e nemmeno i suoi due fratelli. La mamma di Pooya si. Non ero abituata a vedere donne in casa con il velo. A casa di Hamed nessuno è religioso. Invece la mamma di Pooya aveva sempre quel velo indosso che le copriva i capelli. Mi ritornano in mente, lei che si lamentava del marito che non vuole mai andare in moschea e lui che a sua volta disapprova le continue preghiere della moglie. Potevano essere i miei nonni.

Racconto loro di un film che avevo visto “Persepolis” di Marjabe Satrapi, un film di animazione, autobiografico, ambientato a Teheran poco prima della Rivoluzione. Mentre raccontavo la storia vedo gli occhi della mamma di Pooya intristirsi. E poco dopo capii il perchè.

Suo fratello aveva combattuto per la Rivoluzione. Non era mussulmano. Era comunista. Combatteva per ideali diversi, ma per lo scopo. Liberare la nazione dalla dittatura dello Shah. Sapeva quindi, che il miglior modo per ricreare un governo era quello di affidarsi all’Imam Khomeini, che aveva la maggioranza. Ma come la storia narra, la libertà per la quale avevano lottato non c’è mai stata. E lui venne catturato e condannato a morte.

Per chi non avesse visto il film, la storia raccontata è la stessa vissuta dalla Satrapi.

Mentre Pooya mi raccontava questa storia in inglese, vedevo gli occhi della mamma riempirsi di lacrime. Lei è una grande fedele, ma non di quella stessa fede di cui lo stato si fa portavoce, in nome della quale ha ucciso suo fratello.

Khoresht-E Ghormeh Sabzi

Ingredienti:

  • 1 barattolo di fagioli rossi
  • 1 pugno di fieno greco fresco
  • prezzemolo
  • coriandolo
  • 2 cipollotti
  • aneto
  • erba cipollina
  • 360g bocconcini di agnello
  • 1 cipolla
  • pickle di limoni
  • succo di 2 limoni
  • sale
  • pepe
  • olio d’oliva

Lavare le erbe e tritarle finemente. Stufare le erbe per circa 30 minuti, finchè non si scuriscono. Stufare in un altra padella la cipolla tritata e aggiungere l’agnello e farlo colorire. Aggiungere le erbe e i fagioli. Ricoprire con acqua. Coprire e far cuocere a fuoco lento per circa 40 minuti.  Aggiungere il pickle di limoni e continuare a cuocere per 45 minuti. Aggiungere il succo di limone, sale e pepe.

La ricetta di questo post è  khoresht-e ghormeh sabzi
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I <3 Teheran -part 1-

Le ricette di questo posto sono koodibeh e lavashak
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Torniamo a bomba.

E’ stato difficile scegliere un viaggio con cui iniziare. Ho scelto uno degli ultimi, quello che mi è rimasto più nel cuore.

Il viaggio è iniziato nel maggio 2011. In quell’anno mi trovavo in India per uno scambio con l’università. Durante il mio soggiorno in India, a Pune per l’esattezza, ho conosciuto un ragazzo, Hamed. Siamo stati insieme praticamente fin da subito. Sapevamo non sarebbe continuata la nostra storia, ma non importava. Per i dieci mesi che sono stata lì, siamo stati sempre insieme.

Hamed è iraniano. Studiava a Pune già da un anno prima che arrivassi io. Frequentando lui, ho frequentato anche molti suoi amici iraniani e ho avuto modo di avvicinarmi a una cultura che non avevo nemmeno idea esistesse. Per questo gli sarò sempre grata.

Essendo affascinata da lui e dai suoi racconti, ho deciso che prima di tornare in Italia sarei andata a vedere di persona il suo bellissimo paese. E’ stata forse una delle scelte più sagge che abbia fatto nella mia vita.

Insomma, nel maggio 2011 mi sono imbarcata su un volo Emirates da Mumbai a Teheran, con scalo a Dubai ed una volta atterrata è iniziata quella che rimarrà per me un’esperienza bellissima.

A dir la verità già in aereo da Dubai a Teheran si respirava un’aria diversa. Penso di essere stata una delle poche non iraniane presenti nel volo e mi vedevo gli occhi addosso. I miei vicini sono stati i primi di una lunga serie a chiedermi incuriositi perché stessi andando nel loro paese. Non siamo abituati a vedere molti turisti. Erano dispiaciuti di questo. Ma vedrai che ti troverai benissimo, noi iraniani siamo persone accoglienti e vogliamo che il nostro ospite apprezzi la nostra terra e tutto quello che abbiamo da offrirgli. Durante il mio soggiorno devo dire che ho potuto constatare che è proprio così. Allo stesso modo, ma con molto dispiacere, mi avvisavano delle regole da seguire. Ricordati che dovrai sempre indossare il velo. Purtroppo qui funziona cosi.

All’annuncio del pilota che il momento dell’atterraggio stava per avvicinarsi, noto un trambusto generale. Tutte le donne intorno a me iniziavano a coprirsi la nuca. Non vedevo tanti volti tristi, piuttosto non curanti e quasi divertiti da quel loro gesto, direi privo di alcun significato. Mi ricordo l’immagine di questa signora, vestita in gonna e canotta, che cercava di coprirsi il più possibile con la coperta fornita dalla compagnia aerea. Mi pare ne avesse usate due alla fine. La vedevo ridere con le amiche mentre diceva loro qualcosa in persiano. Per me voleva dire, oddio ho scordato la sciarpa, e guarda come mi devo combinare, che assurdità.

In aeroporto mi aspettavano Hamed e sua sorella con un bellissimo mazzo di fiori. La sorella di Hamed non parla inglese, ma era felicissima e gentilissima e provavamo a comunicare come meglio potevamo, anche con l’aiuto di Hamed che traduceva.

Arriviamo alla macchina e ci dirigiamo verso casa. Noto subito un paesaggio industrializzato, tante macchine, strade enorme, a tantissime corsie e tutto abbastanza ordinato. Sinceramente non era quello che mi aspettavo.

L’accoglienza in casa è stata veramente calorosa. La mamma di Hamed, anche lei non parla inglese, mi ha abbracciata e ha cominciato a dirmi mille cose in persiano. L’unica cosa che riuscivo a intendere era “azizami”, mia cara. Abbiamo fumato uno shisha e mangiato frutta e già mi sentivo a casa.

La sera andammo fuori a cenare col nostro amico Pooya. Un locale piccolo e con i tavoli di plastica dove preparavano il delizioso koobideh. Non che non l’avessi mai mangiato, in India era una consuetudine, ma quel primo koobideh in Iran non era affatto confrontabile con quelli mangiati prima.

Koobideh Kabab

si utilizza carne macinata di manzo o agnello. La carne viene macinata due volte per ottenere una migliore consistenza. (altrimenti sembrerebbe un hamburger). Si aggiunge sale, aglio, pepe, sedano, sumac (rhus), cipolla grattugiata e un tuorlo d’uovo. Si copre e lascia marinare in frigo per almeno quattro ora. Si griglia su uno spiedo su carbone.

Si serve con riso accompagnato da pomodori e cipolle grigliate vicino alla carne.

Nei giorni che seguirono molte sono le cose che abbiamo visto, fatto e mangiato.

Sulla cucina iraniana dovrei scrivere un post a parte. Penso che sia una cucina sublime, una delle più buone che abbia mai mangiato. Non posso dire ci sia stato un piatto che non mi sia piaciuto. Era tutto delizioso.

Cose da visitare a Teheran ce ne sono molte: Il Golestan Palace, Il Niavaran Palace Complex, la Milad Tower, la Azadi Tower, Darband…

Ecco, vorrei parlarvi di Darband. Darband era un piccolo villaggio, ora diventato un quartiere ai confini di Teheran. Da qui si parte per un’escursione sul monte Tochal. C’è anche un’ascensore per chi non volesse camminare.

Siamo andati io, Hamed e suo fratello. Non mi sembrava più di essere a Teheran, ma in qualche villaggio dei balocchi tra i monti. Salendo verso il monte, avevamo intorno a noi piccole baite costruite sulle piccole cascate del fiume. Erano quasi tutte attrezzate con delle strane sedute, dei tappetti rialzati, dove ci si poteva sdraiare, bere un the e fumare uno shisha. Mi ricordo che il nostro tappeto era costruito direttamente sopra il torrente. Non riusciamo quasi a sentirci. Si sentiva solo il rumore dell’acqua contro le rocce. Dovunque si respirava odore di kabab, di lavashak, di the. La situazione era movimentata, c’era gente ovunque e non si distingueva più tra il rumore delle persone e quello dell’acqua che scorreva.

Lavashak

Cuocere prugne, acqua e succo di limone in una pentola antiaderente per 30-45 minuti a fuoco basso, finchè le prugne si sono completamente cotte e ne è rimasto poco succo.

Con un frullatore a immersione creare un purea e distribuirla, creando uno strato finissimo, su un foglio di alluminio, su cui era stato passato dell’olio.

Cuocere in forno per un’ora a 250° (questa operazione permette di accellerare i tempi) e poi lasciare al sole per due giorni coperto con una garza. (se si elimina la cottura in forno, va lasciata quattro giorni al sole)

Si possono utilizzare diversi tipi di frutta.

Il piacere di mangiare queste foglie di frutta che ti si sciolgono in bocca è una emozione che  mi porterò sempre dietro. Non ho mai provato a farle, anzi prima di ora, non avevo nemmeno idea che fosse cosi facile. Il che significa che a breve ci proverò.

Questi fogli di frutta appiccicosi erano ovunque, ed erano in rotoli giganteschi, sembrava di comprare della stoffa a metraggio. Quando vorrei poter uscire domani e al mercato trovare su una bancarella uno di questi rotoli di lavashak.

Scendendo da Darbang a piedi, all’incrocio di un semaforo, ci chiamano delle persone. Erano dei tassisti in pausa. Avevano steso il loro tappeto sulla strada e stavano fumano shisha e bevendo the (è evidentemente una delle cose più comuni da fare in Iran). Ci invitano a sederci con loro, e con immensa gioia accettiamo l’invito. Ovviamente anche loro incuriositi fanno domande sul motivo della mia presenza in Iran. Poi iniziano a raccontarci della caduta dello Shah iraniano in favore della Repubblica Islamica. Se avessimo saputo a cosa andavamo incontro non l’avremmo mai fatto. Ci hanno fregato, ci hanno fatto credere che saremmo stati liberi. Ed eccoci, stiamo peggio di prima.

Quello che ho inteso io del popolo iraniano, è che è un popolo che si è sentito preso in giro. E’ un popolo che ha creduto nella rivoluzione. Ha lottato col cuore per la propria libertà. E invece si è ritrovato più prigioniero di quello che era. E’ un popolo che vive un’identità che non lo rispecchia affatto. Mi ricordo un tassista che mi disse una volta, dovremmo fare come avete fatto voi con la chiesa, prendere tutti nostri imam e rinchiuderli da qualche parte.

Forse questo post sta diventando troppo lungo. Per stasera direi che è il caso di finirla qui.

Buonanotte.

Le ricette di questo posto sono koodibeh e lavashak
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