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A hungry person dreams of sangak bread

A hungry person dreams of sangak bread

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Fattorie e lotte tra tori

La ricetta di questo post è Joojeh Kabab.
Le foto sono qui.

Dopo una lauta colazione, riprendiamo la strada.

Hamed ha degli amici che hanno una fattoria nella provincia di Mazandarân. Questa regione, insieme alla vicina Gilân, è l’unica in cui ancora si praticano le lotte tra tori. Ma io ancora non lo sapevo.

Verso l’ora di pranzo decidiamo di fermarsi in un piccolo villaggio. Compriamo dello joojeh kabab, dello jogurt e del barbari.

Barbari

Pane basso persiano. Il termine significa “dei Barbari”. I Barbari sono un gruppo di persone che vivono nel Khorasan. Sembra che questo pane sia stato creato dai Barbari che poi l’hanno portato a Teheran, dove poi è diventato popolare. 

Riprendiamo la strada e cerchiamo un posto dove poterci fermare, fare un fuoco e arrostire il nostro pollo. Troviamo una piccola spiaggia, con molte rocce e nascosta tra alcuni edifici fatiscenti. Detta così non suona benissimo, ma sarà per la compagnia, sarà per l’aria salmastra del Caspio, sarà per il cibo, non volevo più andarmene.

Credo che qualsiasi macchina iraniana sia attrezzata per l’eventualità di un pic nic improvviso. Nel bagagliaio non possono mancare: stuoie, spiedini, shisha, thermos per il thè, e racchette da volano. E noi non eravamo da meno. Mentre Hamed e Hamzel accendevano il fuoco, Pooya preparava gli spiedini col pollo. Io seduta sulla stuoia guardavo affascinata la situazione e immortalavo il momento. Appena acceso il fuoco, arrostiamo la carne. Una volta pronta, via sul pane, un pò di jogurt e il pranzo era pronto. Il pollo cotto ancora da mangiare, lo tenevamo in caldo, racchiuso dentro al pane.

Joojeh Kabab

Ingredienti

  • 1kg pollo
  • 2 cipolle grattuggiate
  • 4 pomodori
  • sale
  • pepe
  • 1/2 cucchiaino zafferano
  • olio d’oliva

Preparare la marinatura: unire l’olio, le cipolle, lo zafferano, sale e pepe. Lavare il pollo, e tagliarlo in piccoli pezzi. Rimuovere la pelle. Lasciar marinare il pollo tutta la notte in frigorifero. Inserire i pezzi di pollo su uno spiedino e far cuocere a barbeque per circa 5/10  minuti per lato.  Cuocere i pomodori separatamente.  Il joojeh kabab si può cucinare anche in forno, preriscaldando il grill alla massima temperature e ponendo il joojeh sotto al grill, girando più volte.

Arriviamo nella fattoria. E’ notte. Stavolta non c’era una tavola, solo tappeti. Ci sediamo per terra e ci viene subito offerto del the e delle succose Goje sabz appena colte. Le Goje sabz sono delle prugne verdi, colte prima della maturazione, dal sapore acidulo. 

La figlia del fattore era una perfetta donna di casa. Penso abbia avuto sui nove anni. Col velo indosso ha iniziato a servirci tutte le pietanze che insieme alla mamma aveva preparato, attenta a qualsiasi dettaglio.

Dopo cena, il fattore ci racconta quello che è l’hobby più diffuso della zona, la lotta tra tori. Anche la bambina era presa dalla discussione. La vedevo spesso annuire alle parole del padre. Mi mostro un pò contrariata al racconto, e per convincermi decidono di farci vedere le registrazioni di alcune gare. Erano registrate su una vecchia videocassetta.

Sono rimasta turbata da quelle immagini. Due tori che cercano di uccidersi a vicenda, cercandosi di trafiggersi con le rispettiva corna. Sangue ovunque. E intorno a loro, un pubblico di scommettitori che li incitavano ad attaccare sempre più e non scappare.

Il nostro fattore era particolarmente fiero del suo toro.

Sono contenta che la mattina non ce l’abbia mostrato.

Tanto per avere un’idea sulle lotte tra tori, ho trovato questo link .

La ricetta di questo post è Joojeh Kabab.
Le foto sono qui.

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Along the Caspian sea

La ricetta di questo post è spaghetti persian style
Le foto sono qui.

Dopo qualche giorno passato a Teheran, siamo partiti alla ricerca di nuovi posti da vedere. Un nostro amico, Sunil, vive al nord dell’Iran, sulla costa del mar Caspio. Così abbiamo deciso di andarlo a trovare.

Siamo partiti in macchina io, Hamed, Pooya e Hamzeh, il fratello di Hamed.

Adoro viaggiare via terra. Odio gli aerei. Preferisco spendere il tempo seduta in una macchina o in un treno, piuttosto che in un gate d’aereoporto. Ammetto di avere una fottutissima paura di volare e che l’attesa al gate possa a volte essere una rilassante pausa durante un viaggio, ma non può essere paragonabile alla quasi impercettibile percezione del cambiamento di paesaggio che ti circonda. Ci siamo allontanati dalla Teheran delle persone, dove su ogni angolo potevi vedere famiglie e amici spiaggiati a bere thè e fumare shisha, dalla Teheran a sei corsie, dove ad ogni angolo potevi rischiare di essere messo sotto da  una macchina in piena velocità, e abbiamo raggiunto un paesaggio fatto di montagne rocciose, dove il mondo diventa solo quello della tua macchina.

Lungo la strada Hamzeh ogni tanto ci faceva fermare, qualche volta per fumare shisha, qualche volta per pregare. (Hamzeh in quel periodo aveva deciso di diventare religioso, non so se lo è ancora)

Ci siamo fermati per mangiare. Non avevo molta fame. Non ho mai mangiato così tanto come in Iran in nessuno dei miei altri viaggi. E poi ero nervosa. Non ricordo perchè. Ricordo solo che lo ero. Presi un aab talebi, succo di melone verde, la mia droga persiana. Ricordo di essere andata da sola ad ordinarlo. Ovviamente il commesso non parlava inglese, e io non parlo persiano. Ma sapevo dire quello che volevo e i numeri e mi sentivo in grado di reggere quella conversazione. Invece non era così. In Iran la moneta ufficiale è il rial, che, piccola curiosità, è la moneta meno valutata al mondo. Però anche se non più ufficiale, viene usato il toman spesso e volentieri. Nonostante la conversione non sia così complessa, 1 toman = 10 rial, sono riuscita a confondermi e nella confusione non riuscivo più a capire se in mano avessi rial o toman.

Verso sera arriviamo a casa di Sunil. Nota bene, in Iran l’ospitalità e le buone maniere sono estremamente importanti, quindi mai presentarsi a casa di qualcuno a mani vuote. E visto che il vino è illegale, i dolci sono ben graditi.  Come sempre, l’accoglienza è stata meravigliosa. Frutta e thè per iniziare. Come di consuetudine. E una cena spettacolare. Una consuetudine anche questa.Impossibile ricordarsi tutto. Sicuramente mahi-ye tu por ba anar pesce ripieno con salsa al melograno e spaghetti persian style.

Spaghetti Persian style

Ingredienti

  • 400 gr manzo macinato
  • 1 cipolla
  • 3 spicchi d’aglio
  • concentrato di pomodoro
  • 1 barattolo di pelati
  • 1/2 cucchiaino di cannella
  • 1/2 cucchiaino di curcuma
  • 1/2 cucchiaino di zenzero fresco tritato
  • 1/2 cucchiaino di curry
  • menta secca
  • olio d’oliva
  • sale
  • pepe

Stufare le cipolle e aggiungere cannella, curcuma e zenzero. Aggiungere la carne e curry e far imbrunire. In un’altra padella far scaldare l’olio con aglio, un pò di curcuma e menta. Aggiungere il concentrato di pomodoro e poi i pelati, sale, pepe e 1/2 bicchiere d’acqua. Far cuocere a fuoco basso per circa 15 minuti, finché la salsa prenda consistenza. Unire la carne e continuare a cuocere a fuoco basso per circa 30 minuti. Nel frattempo cuocere gli spaghetti in abbondante acqua. Prima del tempo di cotture scolare la pasta e aggiungerla al sugo e far cuocere per altri 15/20 minuti a fuoco basso con coperchio. Questo permette di creare il taadig, quella crosticina croccante di pasta. Girare sul piatto da portata. Servire con insalata e jogurt.

La sera usciamo a vedere il mar Caspio.  Fumiamo uno shisha di fronte al mare. Era buio. Non si vedeva nulla. Si sentiva solamente odore di sale.

La ricetta di questo post è spaghetti persian style
Le foto sono qui.

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Così sono più bella

Read in english here.

Al Golestam Palace vi era una sorta di galleria sulle popolazioni nomadi presenti in Iran. Sono circa un milione e mezzo i gruppi nomadi alla continua ricerca di pascoli per il bestiame. Tra questi vi era questa bambina in costume tipico. Scatto la prima foto. Lei dice qualcosa in persiano che non capisco e poi ritorna in posa per la seconda foto. “Vado a prendere il velo, così sono più bella” mi traduce Hamed.

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I <3 Teheran -part 2-

La ricetta di questo post è  khoresht-e ghormeh sabzi
Le foto sono qui
 

Un buon motivo per alzarsi dal letto a Teheran c’era. La colazione.

Non sono una grande amante della colazione. O per lo meno non per come la intendiamo noi. Ho sempre preferito una fetta di pane con l’olio e caffè, al classico latte e biscotti. E la colazione persiana riflette perfettamente questo mio gusto.

Non troppo pomposa come quella inglese, non troppo dolciastra come quella francese, la colazione iraniana rinchiude nella sua delicata semplicità un perfetto equilibrio tra i gusti.

Appena alzati dal letto, ci sedevamo al bancone del bar che divideva la cucina dalla sala.

Sob bekheyr azizam.  
Sob bekheyr azizami.  
Khubi?
Man khubam, merci. To khubi?  
Kheyli khubam, merci.  
Chay mikhai?  
Bale, merci.  

Iniziavo la giornata rispolverando quel mio misero farsi. Come stai cara? Bene grazie, mia cara, tu? Molto bene. Vuoi del thè? Si, grazie. La mamma di Hamed ci serviva una fumante tazza di thè da accompagnare a quello che già era sulla tavola: paneer, la feta francese che a differenza di quella greca è più morbida e meno salata, miele, noci, marmellata, e del pane, solitamente lavash, ogni tanto sangak.

Adoro il pane persiano.

Sangak e Lavash

Il sangak è un pane non lievitato di farina di grano duro con una forma rettangolare o triangolare. E’ considerato essere il pane nazionale iraniano. Il nome, che significa piccole pietra (sang=pietra) deriva dal suo metodo di cottura tradizionale. Il pane veniva informato appoggiato su delle piccole pietre di fiume.  Si distinguono due varietà: quella classica, senza alcun condimento, o quella con l’aggiunta di semi di papavero o di sesamo.

Il lavash viene tradizionalmente steso molto fine e sbattuto contro le pareti calde di un forno d’argilla. E’ fatto di farina, sale e acqua e può essere condito con semi di sesamo o di papavero.   Quando è ancora fresco risulta morbido, ma si indurisce molto velocemente. Quando ancora soffice (o altrimenti riscaldato) si utilizza per avvolgere il cibo in modo da creare panini.

Il rituale è questo: staccare un pezzo di lavash, ricoprirlo con un pò di formaggio, noci e miele e avvolgere il pane per chiudere il tutto. Per quanto riguarda il thè, questo non si zucchera direttamente nel bicchiere, ma si mette una zolletta di zucchero in bocca, facendo attenzione a non succhiarla e si fa sciogliere poco per volta a contatto col thè. Attenzione a non farla sciogliere tutta al primo sorso. Una zolletta dovrebbe bastare per una tazza di thè.  Personalmente non credo di esserci mai riuscita.

A proposito di banchetti, mi ricordo quella sera che Pooya ci invitò a cena a casa sua. La mamma, una donna magrolina con degli occhi dolcissimi, aveva cucinato qualsiasi possibile specialità della cucina persiana. Era come essere finiti nel paradiso degli amanti del cibo iraniano. Non so se riuscirò a ricordarmi tutto, ma ci provo: Khoresht-e fesenjān, uno spezzatino di pollame, condito con succo di melograno e noci; Mirza-Qasemi, un miscuglio melanzane arrostite insaporite con aglio, pomodoro, curcuma, olio, burro, sale e pepe, il tutto ricoperto da un uovo;  Koofteh Berenji, delle polpette di manzo macinate con piselli; Tachin, uno sformato di riso con jogurt, zafferano e pollo; Ghormeh sabzi, uno stufato di agnello e erbe, tra le quali, prezzemolo, coriandolo, porro, spinaci e fieno greco. Ovviamente non da bere coca-cola, acqua, e birra analcolica ai più svariati gusti, le mie preferite erano al limone o ai frutti tropicali.

Oltre all’ottimo cibo, quella sera fu per me un’ulteriore scoperta del popolo iraniano. A tavola, il padre di Pooya, in inglese, mi raccontava della sua vita. Aveva studiato ingegneria in Turchia e ritornato in Iran lavorava come ingegnere. Era felice del suo lavoro che gli permetteva anche di mantenere un certo tenore di vita. Dopo la rivoluzione, la sua vita cambiò. Non erano ben visti dalla nuova Repubblica Islamica, coloro che avevano studiato fuori dall’Iran e che oltretutto non erano nemmeno mussulmani. Perse il lavoro e fu costretto a lavorare come tassista per diversi anni. Il papà di Pooya non è mussulmano, nemmeno Pooya lo è, e nemmeno i suoi due fratelli. La mamma di Pooya si. Non ero abituata a vedere donne in casa con il velo. A casa di Hamed nessuno è religioso. Invece la mamma di Pooya aveva sempre quel velo indosso che le copriva i capelli. Mi ritornano in mente, lei che si lamentava del marito che non vuole mai andare in moschea e lui che a sua volta disapprova le continue preghiere della moglie. Potevano essere i miei nonni.

Racconto loro di un film che avevo visto “Persepolis” di Marjabe Satrapi, un film di animazione, autobiografico, ambientato a Teheran poco prima della Rivoluzione. Mentre raccontavo la storia vedo gli occhi della mamma di Pooya intristirsi. E poco dopo capii il perchè.

Suo fratello aveva combattuto per la Rivoluzione. Non era mussulmano. Era comunista. Combatteva per ideali diversi, ma per lo scopo. Liberare la nazione dalla dittatura dello Shah. Sapeva quindi, che il miglior modo per ricreare un governo era quello di affidarsi all’Imam Khomeini, che aveva la maggioranza. Ma come la storia narra, la libertà per la quale avevano lottato non c’è mai stata. E lui venne catturato e condannato a morte.

Per chi non avesse visto il film, la storia raccontata è la stessa vissuta dalla Satrapi.

Mentre Pooya mi raccontava questa storia in inglese, vedevo gli occhi della mamma riempirsi di lacrime. Lei è una grande fedele, ma non di quella stessa fede di cui lo stato si fa portavoce, in nome della quale ha ucciso suo fratello.

Khoresht-E Ghormeh Sabzi

Ingredienti:

  • 1 barattolo di fagioli rossi
  • 1 pugno di fieno greco fresco
  • prezzemolo
  • coriandolo
  • 2 cipollotti
  • aneto
  • erba cipollina
  • 360g bocconcini di agnello
  • 1 cipolla
  • pickle di limoni
  • succo di 2 limoni
  • sale
  • pepe
  • olio d’oliva

Lavare le erbe e tritarle finemente. Stufare le erbe per circa 30 minuti, finchè non si scuriscono. Stufare in un altra padella la cipolla tritata e aggiungere l’agnello e farlo colorire. Aggiungere le erbe e i fagioli. Ricoprire con acqua. Coprire e far cuocere a fuoco lento per circa 40 minuti.  Aggiungere il pickle di limoni e continuare a cuocere per 45 minuti. Aggiungere il succo di limone, sale e pepe.

La ricetta di questo post è  khoresht-e ghormeh sabzi
Le foto sono qui
 

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I’m more beautiful like this

Senzanome

At the Golestam Palace there was a sort of exhibition about the nomad popolations in Iran. In Iran there are a milion and a half nomad gruops, always looking for green grazing. I remember a little girl wearing a traditional dress. I took a picture of her. She told me something in Farsi and she ran away. After a while she came back ready for taking another picture. “I went to take the scarf, I’m more beautiful like this” Hamed translated me.

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I <3 Teheran -part 1-

Le ricette di questo posto sono koodibeh e lavashak
Le foto sono qui

Torniamo a bomba.

E’ stato difficile scegliere un viaggio con cui iniziare. Ho scelto uno degli ultimi, quello che mi è rimasto più nel cuore.

Il viaggio è iniziato nel maggio 2011. In quell’anno mi trovavo in India per uno scambio con l’università. Durante il mio soggiorno in India, a Pune per l’esattezza, ho conosciuto un ragazzo, Hamed. Siamo stati insieme praticamente fin da subito. Sapevamo non sarebbe continuata la nostra storia, ma non importava. Per i dieci mesi che sono stata lì, siamo stati sempre insieme.

Hamed è iraniano. Studiava a Pune già da un anno prima che arrivassi io. Frequentando lui, ho frequentato anche molti suoi amici iraniani e ho avuto modo di avvicinarmi a una cultura che non avevo nemmeno idea esistesse. Per questo gli sarò sempre grata.

Essendo affascinata da lui e dai suoi racconti, ho deciso che prima di tornare in Italia sarei andata a vedere di persona il suo bellissimo paese. E’ stata forse una delle scelte più sagge che abbia fatto nella mia vita.

Insomma, nel maggio 2011 mi sono imbarcata su un volo Emirates da Mumbai a Teheran, con scalo a Dubai ed una volta atterrata è iniziata quella che rimarrà per me un’esperienza bellissima.

A dir la verità già in aereo da Dubai a Teheran si respirava un’aria diversa. Penso di essere stata una delle poche non iraniane presenti nel volo e mi vedevo gli occhi addosso. I miei vicini sono stati i primi di una lunga serie a chiedermi incuriositi perché stessi andando nel loro paese. Non siamo abituati a vedere molti turisti. Erano dispiaciuti di questo. Ma vedrai che ti troverai benissimo, noi iraniani siamo persone accoglienti e vogliamo che il nostro ospite apprezzi la nostra terra e tutto quello che abbiamo da offrirgli. Durante il mio soggiorno devo dire che ho potuto constatare che è proprio così. Allo stesso modo, ma con molto dispiacere, mi avvisavano delle regole da seguire. Ricordati che dovrai sempre indossare il velo. Purtroppo qui funziona cosi.

All’annuncio del pilota che il momento dell’atterraggio stava per avvicinarsi, noto un trambusto generale. Tutte le donne intorno a me iniziavano a coprirsi la nuca. Non vedevo tanti volti tristi, piuttosto non curanti e quasi divertiti da quel loro gesto, direi privo di alcun significato. Mi ricordo l’immagine di questa signora, vestita in gonna e canotta, che cercava di coprirsi il più possibile con la coperta fornita dalla compagnia aerea. Mi pare ne avesse usate due alla fine. La vedevo ridere con le amiche mentre diceva loro qualcosa in persiano. Per me voleva dire, oddio ho scordato la sciarpa, e guarda come mi devo combinare, che assurdità.

In aeroporto mi aspettavano Hamed e sua sorella con un bellissimo mazzo di fiori. La sorella di Hamed non parla inglese, ma era felicissima e gentilissima e provavamo a comunicare come meglio potevamo, anche con l’aiuto di Hamed che traduceva.

Arriviamo alla macchina e ci dirigiamo verso casa. Noto subito un paesaggio industrializzato, tante macchine, strade enorme, a tantissime corsie e tutto abbastanza ordinato. Sinceramente non era quello che mi aspettavo.

L’accoglienza in casa è stata veramente calorosa. La mamma di Hamed, anche lei non parla inglese, mi ha abbracciata e ha cominciato a dirmi mille cose in persiano. L’unica cosa che riuscivo a intendere era “azizami”, mia cara. Abbiamo fumato uno shisha e mangiato frutta e già mi sentivo a casa.

La sera andammo fuori a cenare col nostro amico Pooya. Un locale piccolo e con i tavoli di plastica dove preparavano il delizioso koobideh. Non che non l’avessi mai mangiato, in India era una consuetudine, ma quel primo koobideh in Iran non era affatto confrontabile con quelli mangiati prima.

Koobideh Kabab

si utilizza carne macinata di manzo o agnello. La carne viene macinata due volte per ottenere una migliore consistenza. (altrimenti sembrerebbe un hamburger). Si aggiunge sale, aglio, pepe, sedano, sumac (rhus), cipolla grattugiata e un tuorlo d’uovo. Si copre e lascia marinare in frigo per almeno quattro ora. Si griglia su uno spiedo su carbone.

Si serve con riso accompagnato da pomodori e cipolle grigliate vicino alla carne.

Nei giorni che seguirono molte sono le cose che abbiamo visto, fatto e mangiato.

Sulla cucina iraniana dovrei scrivere un post a parte. Penso che sia una cucina sublime, una delle più buone che abbia mai mangiato. Non posso dire ci sia stato un piatto che non mi sia piaciuto. Era tutto delizioso.

Cose da visitare a Teheran ce ne sono molte: Il Golestan Palace, Il Niavaran Palace Complex, la Milad Tower, la Azadi Tower, Darband…

Ecco, vorrei parlarvi di Darband. Darband era un piccolo villaggio, ora diventato un quartiere ai confini di Teheran. Da qui si parte per un’escursione sul monte Tochal. C’è anche un’ascensore per chi non volesse camminare.

Siamo andati io, Hamed e suo fratello. Non mi sembrava più di essere a Teheran, ma in qualche villaggio dei balocchi tra i monti. Salendo verso il monte, avevamo intorno a noi piccole baite costruite sulle piccole cascate del fiume. Erano quasi tutte attrezzate con delle strane sedute, dei tappetti rialzati, dove ci si poteva sdraiare, bere un the e fumare uno shisha. Mi ricordo che il nostro tappeto era costruito direttamente sopra il torrente. Non riusciamo quasi a sentirci. Si sentiva solo il rumore dell’acqua contro le rocce. Dovunque si respirava odore di kabab, di lavashak, di the. La situazione era movimentata, c’era gente ovunque e non si distingueva più tra il rumore delle persone e quello dell’acqua che scorreva.

Lavashak

Cuocere prugne, acqua e succo di limone in una pentola antiaderente per 30-45 minuti a fuoco basso, finchè le prugne si sono completamente cotte e ne è rimasto poco succo.

Con un frullatore a immersione creare un purea e distribuirla, creando uno strato finissimo, su un foglio di alluminio, su cui era stato passato dell’olio.

Cuocere in forno per un’ora a 250° (questa operazione permette di accellerare i tempi) e poi lasciare al sole per due giorni coperto con una garza. (se si elimina la cottura in forno, va lasciata quattro giorni al sole)

Si possono utilizzare diversi tipi di frutta.

Il piacere di mangiare queste foglie di frutta che ti si sciolgono in bocca è una emozione che  mi porterò sempre dietro. Non ho mai provato a farle, anzi prima di ora, non avevo nemmeno idea che fosse cosi facile. Il che significa che a breve ci proverò.

Questi fogli di frutta appiccicosi erano ovunque, ed erano in rotoli giganteschi, sembrava di comprare della stoffa a metraggio. Quando vorrei poter uscire domani e al mercato trovare su una bancarella uno di questi rotoli di lavashak.

Scendendo da Darbang a piedi, all’incrocio di un semaforo, ci chiamano delle persone. Erano dei tassisti in pausa. Avevano steso il loro tappeto sulla strada e stavano fumano shisha e bevendo the (è evidentemente una delle cose più comuni da fare in Iran). Ci invitano a sederci con loro, e con immensa gioia accettiamo l’invito. Ovviamente anche loro incuriositi fanno domande sul motivo della mia presenza in Iran. Poi iniziano a raccontarci della caduta dello Shah iraniano in favore della Repubblica Islamica. Se avessimo saputo a cosa andavamo incontro non l’avremmo mai fatto. Ci hanno fregato, ci hanno fatto credere che saremmo stati liberi. Ed eccoci, stiamo peggio di prima.

Quello che ho inteso io del popolo iraniano, è che è un popolo che si è sentito preso in giro. E’ un popolo che ha creduto nella rivoluzione. Ha lottato col cuore per la propria libertà. E invece si è ritrovato più prigioniero di quello che era. E’ un popolo che vive un’identità che non lo rispecchia affatto. Mi ricordo un tassista che mi disse una volta, dovremmo fare come avete fatto voi con la chiesa, prendere tutti nostri imam e rinchiuderli da qualche parte.

Forse questo post sta diventando troppo lungo. Per stasera direi che è il caso di finirla qui.

Buonanotte.

Le ricette di questo posto sono koodibeh e lavashak
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