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Not close to the emergency exit

Le ricetta di questo post sono beryooni e persian lasagne.
Non ci sono foto relative al post. Ma ci sono foto di Persepolis.
  

Penso sia giunto il momento di concludere il mio viaggio in Iran. Ho aspettato a scrivere questo post. Concluderlo è come lasciarsi andare alle spalle quello che è stato. Non volevo succedesse.

L’Imperial Bazaar di Isfahan è immenso. Rispetto ai bazaar marocchini e indiani è ordinato e rilassante. Forse anche rispetto ai nostri mercati italiani. Le persone ti mettono a loro agio. Nessuno urla per invogliarti a comprare da lui. Nessuno cerca spudoratamente di fregarti dei soldi. Ognuno è dedito alla propria arte. E se ti avvicini ti incantano del loro sapere. C’è chi a mano con delle presse stampa motivi floreali su tappeti, c’è chi, sempre con le mani, impasta piccole porzioni di beryooni da servire alla folla affamata, c’è chi batte colpi di martello su fogli di rame concentrandosi esclusivamente sul suo colpo. E’ forse la zona del rame la più caotica. Osserviamo. Compriamo del gaz, dolci fatti di acqua di rose, zucchero e pistacchio. Mangiamo del gelato. E’ caldo.

Dal mercato ci spostiamo verso il Khaju Bridge, fatto costruire da Abbas II. Seduti sotto gli archi del ponte ascoltiamo cantare antiche melodie persiane. Sembra di essere in un palazzo. Non c’è nemmeno il fiume. Il caldo lo ha prosciugato. Possiamo quindi camminare sul letto del fiume e osservare il ponte mentre cala il buio.

La sera ci spostiamo in una paese vicino a casa di amici. Frutta. Thè. Shisha. Solita routine. Odio non parlare persiano.

Beryooni

Ingredienti

  • 3 cipolle
  • 1 kg manzo macinato
  • 30 gr burro salato
  • 1 tazza brodo di carne
  • 33 cucchiaini di curcuma
  • 166 cucchiaini di pepe
  • 25 cucchiani di cannella

Stufare le cipolle nel burro finché diventano dorate. Aggiungere la curcuma e la carne e lasciar cuocere finché la carne si dora. Aggiungere il brodo, la cannella e il pepe. Abbassare il fuoco e lasciar andare per 45/60 minuti. Servire con pane.

Non c’è ancora luce quando partiamo per Shiraz. Sono ancora addormentata quando incontriamo Amir alla stazione dei bus. Amir ha un volto strano, non molto rassicurante. Avevamo contattato Amir e sua moglie Nasim su couchsurfing e ci avevano dato disponibilità per ospitarci. Ci presentiamo e ci conduce in macchina a casa sua. Il caldo di Shiraz è soffocante. E’ quasi impossibile camminare sotto il sole. L’asfalto è cocente. Amir e’ in realtà cordialissimo. Mi sbagliavo. A casa conosciamo Nasim. Lei è bella e solare. Lui un ingegnere con la passione per la fotografia, lei un tecnico sanitario che diventa la sua modella. Sono giovani, sui trent’anni e parlano un inglese perfetto. Stanno cercando di emigrare in Australia e da diversi anni sono alle prese con la burocrazia per poter lasciare il loro paese ed entrare in uno nuovo alla ricerca di possibilità che adesso possono solo immaginarsi. Sono innamorati. Ci raccontano del loro matrimonio e ci mostrano il video delle nozze. Sono felici. In Iran sono sistemati bene, hanno una casa piccola ma ben arredata e colorata e un buon salario. Ma si sentono stretti in questo paese, hanno una mentalità molto aperta. Non hanno mai viaggiato all’estero, ma conosco moltissime culture. Da otto anni ospitano gente di diverse nazionalità per migliorare il loro inglese e per viaggiare tramite i racconti degli altri. Ci chiedono dell’India. Mi chiedono dell’Italia.

La sera siamo invitati al cena dal fratello di Amir, Ehsan.Prima di cena ci fermiamo al centro commerciale. E’ il compleanno della moglie di Ehsan e vogliamo comprarle un regalo. Proviamo diverse sciarpe, dai motivi e colori più variegati. Alla fine optiamo per una collanina. Ehsan è sui trent’anni anche lui, sposato, con una figlia di circa dieci anni.  Lui lavora col petrolio, non mi ricordo esattamente, mi pare fosse un chimico. Ehsan è anche un tatuatore. Non può diventare la sua professione, in Iran è illegale il tattoo. Ma lui è ben attrezzato e con gran voglia e lavora ugualmente, in casa. Ha diversi tatuaggi, frutti dei suoi studi, tutti in posti ben nascosti. Colgo l’occasione e gli chiedo se ne può fare uno anche a me.

Così il giorno dopo ci troviamo a casa di Amir e durante il pranzo mi preparo per farmi segnare indelebilmente. In cambio avevo anche promesso che avrei fatto delle lasagne. Ma è tardi e dopo poche ora ho il volo che mi porta a Dubai. Sono così costretta a dare direttive ad Hamed e Nasim che cucinano, mentre cerco di muovermi il meno possibile, permettendo ad Ehsan di disegnare. Le lasagne sono ottime.

Persian lasagne

Ingredienti

  • 12 lasagne
  • 300 gr marzo macinato
  • 1 pacco di formaggio in busta (diceva essere mozzarella)
  • concentrato di pomodoro
  • 1 carota
  • 1 cipolla
  • 50 gr burro
  • 50 gr farina
  • 1/2 l latte
  • sale
  • pepe

Scaldare tre cucchiai d’olio e far stufare la carota e la cipolla tritate. Aggiungere la carne macinata, lasciare colorire. Salare e unire il concentrato di pomodoro diluito in 2 bicchieri d’acqua e cuocere per mezz’ora. Insaporire con un pizzico di pepe. Fare la besciamella: in un pentolino lasciare fondere il burro, unire la farina mescolando velocemente. Diluire il composto versando a filo il latte tiepido e continuare a mescolare fino a quando la besciamella inizia a bollire. Salate, diminuire la fiamma e cuocere per circa venti minuti. Insaporire con un pizzico di pepe. In una pirofila imburrata fare un primo strato di lasagne, distribuire sulla superficie alcuni cucchiai di ragù e di besciamella, spolverizzare con formaggio grattugiato e distribuire fiocchetti di burro. Fare un altro strato di lasagne e condimento, continuare fino a esaurimento degli ingredienti. Finire con besciamella e ragù. Mettere in forno a 180° per mezz’ora.

Con ancora le lasagne sullo stomaco, Amir ci accompagna in aeroporto. Salutiamo Amir e io e Hamed ci dirigiamo all’ingresso. Ci salutiamo. Sembrava che non ci saremmo più rivisti, per lo meno non in un tempo stabilito. Con gli occhi pieni di lacrime mi avvicino al banco del check-in. Come mai piange? Mi dispiace lasciare l’Iran. E ho paura di volare. L’uomo sorride. Non si preoccupi, andrà bene. Mi dica che posto preferisce. Non vicino all’uscita di emergenza.

Le ricetta di questo post sono beryooni e persian lasagne.
Non ci sono foto relative al post. Ma ci sono foto di Persepolis.

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The Half of the World

Le ricette di questo post è goosh-e fil.
Le foto sono qui.

Mi commossi quasi, quando ai miei occhi si aprì, con tutta la sua maestosità, la piazza Naqsh-e Jahan.

Era primo pomeriggio. Le due circa. La piazza era immersa nella luce calda ed accogliente del sole. Era caldo. Molto caldo. In piazza vi erano poche persone. Qualcuno mangiava un gelato all’ombra di qualche cespuglio, qualche bambino correva ridendo. Per me fu un caloroso benvenuto (in stile iraniano) quello che la piazza ci stava offrendo:  la serenità e la calma che si respiravano appagarono la sensazione di disorientamento che una piazza così grande può dare.

Camminammo sotto i portici che tracciano il perimetro della piazza. Per quanto è grande venivano qui organizzate gare di polo. A testimonianza ci sono due piloni, che fungevano da porte. Osservammo la piazza attentamente. Ne ammirammo l’elegante architettura.

La piazza Naqh-e Jahan, conosciuta anche come piazza dell’Imam, faceva parte dell’opera di ricostruzione della città di Isfahan voluta dallo shah Abbas. Abbas fu “il grande” della dinastia dei Safavid. Un brillante stagista. Un talentuoso amministratore. Un mecenate dell’arte. Un despota senza regole. Nel 1598 decise di far spostare la capitale da Qazvin alla più centrale Isfahan, ricostruendo questa città per celebrare la bellezza e la potenza della Persia. Come si può ben dedurre, questa operazione diede straordinaria importanza alla città, che diventò una delle città più belle e più grandi del mondo.

Isfahan viene da allora chiamata “la metà del mondo”.

Se hai visto Isfahan, hai visto metà del mondo.

(Detto popolare)

E questo era senza dubbio vero. Ad Isfahan si concentrarono diverse culture e religioni: armeni, cinesi, italiano, inglesi, spagnoli. Entrando ad Isfahan ci si poteva imbattere con veramente metà del mondo. Lo shah Abbas aveva infatti stretto rapporti con queste popolazioni e si era sempre dimostrato tollerante nei loro confronti. La popolazione di Isfahan raggiunse in quegli anni il mezzo milione di abitanti. Abbas era cosi orgoglioso del suo capolavoro che lo amava mostrare e organizzava grandi ricevimenti nel suo palazzo dal quale si poteva ammirare in toto l’eleganza delle sua piazza. Egli fu senz’altro un sovrano dedito alle arti e alla bellezza, e visitando il suo palazzo non si può fare a meno di notarlo.

La piazza viene circondata dai simboli delle tre principali componenti del potere in Persia: il Bazaar Imperiale, il potere economico; il palazzo Ali Qapu, il potere dello shah e la Masjed-e Shah, il potere religioso.

Eravamo seduti proprio di fronte la moschea quando alcuni uomini e donne vestiti di nero ci si avvicinarono. Li sentii fare mille domande, e io non capii nulla fino a quando Hamed non mi prese per un braccio e mi condusse fuori dalla piazza. Hanno detto che se ci rivedono in piazza ci faranno dei problemi. Fummo banditi dal centro della bellezza e del potere della Persia anche noi, come molti prima di noi, sotto volere dello shah Abbas, ossessionato dalla paura di essere assassinato. Fummo fortunati. Molti furono da Abbas condannati al buio o alla morte.

La cacciata dalla piazza ci permise di rifugiarsi in uno dei posti più caratteristici che abbia mai avuto modo di vedere: la sala da thè persiana.

Queste stanze, di solito due, una per soli uomini, l’altra per uomini e donne, si trovano nascoste in qualche piccola via traversa. Sono un piccolo tesoro da scovare.

Già dalla porta notai la stravaganza di questo posto. Nell’atrio, prima della porta, decine e decine di lampade, di ogni forma e colore, erano appese al soffitto affiancate da cornici, anch’esse di diversa forma l’una dall’altra, raffiguranti immagini più svariate. Non avevo però idea ancora di quello che mi aspettava all’interno: centinaia di lampade, centinaia di cornici, statuine, foto, strumenti musicali, armi. Un’accozzaglia di oggetti che ricopriva ogni centimetro cubo delle pareti. L’ambiente era stretto. Il soffitto basso. La luce soffusa. E all’interno nuvole di fumo grigio dal sapore fruttato. Già, perché quello che si fa in queste sale è bere thè e fumare shisha. Ci diedero anche dei magnifici dolci da gustare, i cosiddetti Goosh-e fil, letteralmente orecchie di elefante.

Goosh-e Fil

Ingredienti

  • 1 tazza di zucchero
  • 1 cucchiaio di cardamomo grattuggiato
  • 60 gr pasta fillo
  • 2 tazze olio

Unire zucchero e cardamomo e mischiare bene.  Tagliare la pasta fillo in rettangoli di 7×10 cm. Gentilmente piegare questi rettangoli al centro, formando un nastro. Far riscaldare l’olio e friggere 2/3 nastri alla volta per 30 secondi. Far raffreddare e cospargere con lo zucchero e il cardamomo.

Sarei rimasta in quello sgabuzzino dall’odore magico per tutto il giorno. E per i giorni successivi. Ma dovevamo ancora vedere il bazar e raggiungere poi la nostra meta finale, Shiraz.

Ma questa è un’altra storia.

Le ricette di questo post è goosh-e fil.
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