De officiis

Il 16 gennaio 1979 lo scià Reza Pahlevi scappa dall’Iran. Il 5 febbraio Bazargan viene incaricato da Khomeini di formare un governo islamico, proclamato dopo due giorni. Il 17 febbraio iniziano le esecuzioni degli oppositori.

Tra l’ottobre del 1978 e il febbraio del 1979, Michel Foucault si reca in Iran interessato alla rivoluzione in pieno svolgimento in quegli anni. Scrive una serie di articoli, pubblicati dal Corriere della Serie, in cui motiva la sua entusiasta adesione al movimento rivoluzionario. Con questa lettera, scritta da nell’aprile del 1979, Foucault prende le distanze dall’insidiato governo di Bazargan.

Lettera aperta a Mehdi Bazargan

Signor Primo Ministro,
lo scorso settembre – quando parecchie migliaia di uomini e di donne erano appena stati uccisi a mitragliate per le strade di Teheran – mi avete concesso un incontro. Fu a Qom, a casa dell’ayatollah Chariat Madari. Una buona decina di militanti impegnati nella difesa dei diritti dell’uomo vi avevano trovato rifugio.
Alcuni soldati, con pistole mitragliatrici in pugno, sorvegliavano l’entrata del vicolo.
Voi eravate allora Presidente dell’Associazione per la difesa dei diritti dell’uomo in Iran. Avevate bisogno di coraggio. Coraggio fisico: la prigionia vi minacciava. E poi la conoscevate già. Coraggio politico: il presidente americano aveva recentemente annoverato lo Scià tra i difensori dei diritti dell’uomo.
Molti iraniani si irritano per il fatto che oggi si diano loro lezioni brucianti. Essi avevano dimostrato che i loro diritti sapevano riconoscerli e farli valere. E si rifiutano di pensare che la condanna di un giovane nero nel Sudafrica razzista sia paragonabile alla condanna a Teheran di un boia della Savak. Chi non lo comprenderebbe?
Da qualche settimana, avete fatto irrompere i processi sommari e le esecuzioni affrettate. La giustizia e l’ingiustizia sono il punto sensibile di tutta la rivoluzione: è da lì che esse nascono, è in essa che spesso si perdono e muoiono. E poiché avete giudicato opportuno farvi allusione in pubblico, ho sentito il bisogno di ricordarvi la conversazione che abbiamo avuto sull’argomento.
Avevamo parlato di tutti i regimi che hanno oppresso i popoli invocando i diritti dell’uomo. Voi avete espresso una speranza: nella volontà di costituire un governo islamico, così generalmente affermata allora dagli iraniani, si sarebbe potuta trovare una garanzia reale per questi diritti.
Ne avete dato tre motivazioni. Una dimensione spirituale, dicevate, pervadeva la rivolta di un popolo ove ognuno, in favore di un mondo diverso, rischiava tutto (e, per molti, questo ‘tutto’ non era né più né meno che essi stessi): e non era il desiderio di essere governati da un “governo di mollah” -proprio voi avete usato, credo, questa espressione. Ciò che io ho visto, da Teheran ad Abadan, non smentiva le vostre parole.
Avete detto che l’Islam, nel suo spessore storico, nel suo dinamismo d’oggi, era capace di affrontare, su questo punto dei diritti, la temibile scommessa che il socialismo non avrebbe retto meglio – è il minimo che si possa dire – del capitalismo. “Impossibile” dicono oggi quelli che credono di saperla lunga sulle società islamiche o sulla natura di tutte le religioni. Io sarei molto più modesto di questi, non vedendo in nome di quale universalità si impedirebbe ai mussulmani di cercare il loro avvenire in un islam di cui essi si appresterebbero a creare, con le loro mani, il volto nuovo. Sull’espressione ‘governo islamico’ perché sospettare immediatamente dell’aggettivo ‘islamico’? La parola ‘governo’ basta, da sola, a tenere desta la vigilanza. Nessun aggettivo – democratico, socialista, liberale, popolare – libera tale parola dai suoi obblighi.
Avete detto che un governo, proclamandosi islamico, limiterebbe i considerevoli diritti della semplice sovranità civile, attraverso obblighi fondati sulla religione. In quanto islamico, questo governo si riconoscerebbe vincolato a una serie supplementare di ‘doveri’. E sarebbe obbligato a rispettare tali vincoli, in quanto il popolo potrebbe rivolgere contro di lui quella religione con lui condivide. L’idea mi è sembrata importante. Personalmente, sono un po’ scettico sul rispetto spontaneo dei governi verso i propri obblighi. Ma è importante che coloro che sono governati si possano mobilitare per ricordare che non hanno semplicemente ceduto dei diritti a coloro che li governano, ma che intendono imporre loro dei doveri. A questi doveri fondamentali nessuno governo è in grado di sfuggire. E, da questo punto di vista, i processi che si svolgono oggi in Iran non possono certo non inquietare.
Non c’è niente di più importante nella storia di un popolo di quei rari momenti in cui esso si mobilita al completo per abbattere il regime che non sopporta più. Niente è più importante per la sua vita quotidiana di quei momenti, così frequenti, di vendetta, in cui il potere pubblico si ripercuote contro un individuo, lo proclama suo nemico e decide di abbatterlo: mai come in quel momento ci sono dei doveri da rispettare, i più essenziali. I processi politici sono sempre delle pietre di paragone.
Non perché gli accusati non sono mai dei criminali, ma perché il potere pubblico si manifesta senza maschera, e si sottopone al giudizio giudicando il suo nemico.
Il potere pubblico pretende sempre di farsi rispettare. Ora, è proprio in queste occasioni che esso deve essere assolutamente rispettoso. Lo stesso diritto di difendere il popolo, di cui si fa carico, gli impone dei doveri molto pesanti.
Bisogna – è un imperativo – assicurare a coloro che vengano processati il maggior numero di mezzi di difesa e di diritti. Egli è ‘manifestamente colpevole’? Ha contro di lui tutta l’opinione pubblica? E’ odiato dal suo popolo? Ciò, giustamente, gli conferisce dei diritti, tanto più intangibili; è dovere di colui che governa dargliene atto e garantirli. Per un governo non devono esistere ‘ultimi tra gli uomini’.
Per ogni governo è un dovere anche mostrare a tutti, dovrei dire ai più oscuri, ai più ostinati, ai più ciechi di coloro che vengono governati, in quali condizioni, come, e in nome di cosa l’autorità può rivendicare per sé il diritto di punire in suo nome. Una punizione di cui ci si rifiuti di rendere conto può senz’altro essere giustificata, ma sarà sempre un’ingiustizia. Allo sguardo del condannato. Anche allo sguardo di tutti i giudicabili. E questo dovere di sottomettersi al giudizio, quando si pretende di giudicare, credo che un governo lo debba accettare sotto lo sguardo di tutti gli uomini del mondo. Non più di me, immagino, voi ammettereste il principio di una sovranità che non debba rendere conto a nessuno se non a se stessa. Governare non va da sé, non più che condannare, non più che sparare. E’ bene che un uomo, non importa chi, fosse anche all’altro capo del mondo, si possa mobilitare perché non sopporta che un altro sia punito o condannato. Non è immischiarsi con gli affari interni di uno Stato. Coloro che protestano per un solo iraniano costretto al supplizio nel fondo di una prigione della Savak si immischiano con l’affare più universale che esista.
Forse si dirà che la maggioranza della popolazione iraniana nutra fiducia nel regime che si mette in piazza, dunque nelle sue pratiche giudiziarie. Il fatto di essere accettati, benvoluti e rispettati da tutti non attenua i doveri dei governanti: ne impone di più rigidi.
Io non ho, beninteso, Signor Primo Ministro, alcuna autorità per indirizzarmi a voi in questo modo. Salvo il permesso che voi mi avete dato, facendomi comprendere, dal nostro primo incontro, che per voi governare non è un diritto tanto desiderato, ma un dovere estremamente difficile. Voi dovete fare in modo che questo popolo non abbia mai a pentirsi della forza senza concessioni attraverso la quale esso stesso ha appena ottenuto la sua liberazione.
Michel Foucault – Le Nouvel Observateur, n.753, 14-20 aprile 1979

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4 thoughts on “De officiis

  1. sara scrive:

    La lettera che hai pubblicato rappresenta in pieno la mia più alta idea di giustizia sociale e politica,la convinzione che nessun Governo per quanto legittimato dal popolo,per quanto nato da una rivoluzione voluta e combattuta, possa prescindere dal rispetto dei diritti umani inalienabili senza trasformarsi nel peggiore dei regimi. Tra l’altro l’analisi di Foucault sull’islam e sulla possibilità di un governo islamico che non diventi teocratico è di un’attualità spaventosa. Grazie per avermi permesso di conoscerla!🙂

  2. Doreen scrive:

    “De officiis | proficiscorestvivo” was in fact seriously pleasurable and educational!
    In the present day society honestly, that is difficult to deliver.
    Thanks, Joe

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