The Half of the World

Le ricette di questo post è goosh-e fil.
Le foto sono qui.

Mi commossi quasi, quando ai miei occhi si aprì, con tutta la sua maestosità, la piazza Naqsh-e Jahan.

Era primo pomeriggio. Le due circa. La piazza era immersa nella luce calda ed accogliente del sole. Era caldo. Molto caldo. In piazza vi erano poche persone. Qualcuno mangiava un gelato all’ombra di qualche cespuglio, qualche bambino correva ridendo. Per me fu un caloroso benvenuto (in stile iraniano) quello che la piazza ci stava offrendo:  la serenità e la calma che si respiravano appagarono la sensazione di disorientamento che una piazza così grande può dare.

Camminammo sotto i portici che tracciano il perimetro della piazza. Per quanto è grande venivano qui organizzate gare di polo. A testimonianza ci sono due piloni, che fungevano da porte. Osservammo la piazza attentamente. Ne ammirammo l’elegante architettura.

La piazza Naqh-e Jahan, conosciuta anche come piazza dell’Imam, faceva parte dell’opera di ricostruzione della città di Isfahan voluta dallo shah Abbas. Abbas fu “il grande” della dinastia dei Safavid. Un brillante stagista. Un talentuoso amministratore. Un mecenate dell’arte. Un despota senza regole. Nel 1598 decise di far spostare la capitale da Qazvin alla più centrale Isfahan, ricostruendo questa città per celebrare la bellezza e la potenza della Persia. Come si può ben dedurre, questa operazione diede straordinaria importanza alla città, che diventò una delle città più belle e più grandi del mondo.

Isfahan viene da allora chiamata “la metà del mondo”.

Se hai visto Isfahan, hai visto metà del mondo.

(Detto popolare)

E questo era senza dubbio vero. Ad Isfahan si concentrarono diverse culture e religioni: armeni, cinesi, italiano, inglesi, spagnoli. Entrando ad Isfahan ci si poteva imbattere con veramente metà del mondo. Lo shah Abbas aveva infatti stretto rapporti con queste popolazioni e si era sempre dimostrato tollerante nei loro confronti. La popolazione di Isfahan raggiunse in quegli anni il mezzo milione di abitanti. Abbas era cosi orgoglioso del suo capolavoro che lo amava mostrare e organizzava grandi ricevimenti nel suo palazzo dal quale si poteva ammirare in toto l’eleganza delle sua piazza. Egli fu senz’altro un sovrano dedito alle arti e alla bellezza, e visitando il suo palazzo non si può fare a meno di notarlo.

La piazza viene circondata dai simboli delle tre principali componenti del potere in Persia: il Bazaar Imperiale, il potere economico; il palazzo Ali Qapu, il potere dello shah e la Masjed-e Shah, il potere religioso.

Eravamo seduti proprio di fronte la moschea quando alcuni uomini e donne vestiti di nero ci si avvicinarono. Li sentii fare mille domande, e io non capii nulla fino a quando Hamed non mi prese per un braccio e mi condusse fuori dalla piazza. Hanno detto che se ci rivedono in piazza ci faranno dei problemi. Fummo banditi dal centro della bellezza e del potere della Persia anche noi, come molti prima di noi, sotto volere dello shah Abbas, ossessionato dalla paura di essere assassinato. Fummo fortunati. Molti furono da Abbas condannati al buio o alla morte.

La cacciata dalla piazza ci permise di rifugiarsi in uno dei posti più caratteristici che abbia mai avuto modo di vedere: la sala da thè persiana.

Queste stanze, di solito due, una per soli uomini, l’altra per uomini e donne, si trovano nascoste in qualche piccola via traversa. Sono un piccolo tesoro da scovare.

Già dalla porta notai la stravaganza di questo posto. Nell’atrio, prima della porta, decine e decine di lampade, di ogni forma e colore, erano appese al soffitto affiancate da cornici, anch’esse di diversa forma l’una dall’altra, raffiguranti immagini più svariate. Non avevo però idea ancora di quello che mi aspettava all’interno: centinaia di lampade, centinaia di cornici, statuine, foto, strumenti musicali, armi. Un’accozzaglia di oggetti che ricopriva ogni centimetro cubo delle pareti. L’ambiente era stretto. Il soffitto basso. La luce soffusa. E all’interno nuvole di fumo grigio dal sapore fruttato. Già, perché quello che si fa in queste sale è bere thè e fumare shisha. Ci diedero anche dei magnifici dolci da gustare, i cosiddetti Goosh-e fil, letteralmente orecchie di elefante.

Goosh-e Fil

Ingredienti

  • 1 tazza di zucchero
  • 1 cucchiaio di cardamomo grattuggiato
  • 60 gr pasta fillo
  • 2 tazze olio

Unire zucchero e cardamomo e mischiare bene.  Tagliare la pasta fillo in rettangoli di 7×10 cm. Gentilmente piegare questi rettangoli al centro, formando un nastro. Far riscaldare l’olio e friggere 2/3 nastri alla volta per 30 secondi. Far raffreddare e cospargere con lo zucchero e il cardamomo.

Sarei rimasta in quello sgabuzzino dall’odore magico per tutto il giorno. E per i giorni successivi. Ma dovevamo ancora vedere il bazar e raggiungere poi la nostra meta finale, Shiraz.

Ma questa è un’altra storia.

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