On the way to Shiraz stop at the carpet shop

Rimanemmo soli. Hamed ed io. Lasciammo Teheran che era buio. La stazione dei bus Jonoob era gremita di persone che salivano e scendevano dai bus, che trascinavano valigie, che si abbracciavano, che si salutavano per poi rivedersi chissà quando. Tabriz. Mashhad. Rasht. Shiraz. Yazd. Esfahan. Sentimmo chiamare il nostro autobus. Anche qui l’ospitalità iraniana ebbe modo di farsi notare: ci consegnarono un piccolo box rosso di cartone, con dentro un succo di frutta, un sandwich, dei biscotti, delle mandorle, e ci augurarono buon viaggio.

L’ospitalità

Una volta il califfo Mutasim ordinò di decapitare un criminale. Il malfattore, rotolando nella polvere ai piedi del califfo, lo supplicò: “Per amor di Dio e del suo profeta, sii misericordioso, concedimi una coppa d’acqua e dopo aver appagato la mia sete farai di me ciò che vorrai.” Mutasim, impietosito, comandò che dessero da bere al condannato per esaudirne l’ultimo desiderio. Dopo aver bevuto il condannato secondo l’usanza araba proclamò: “Che Dio ti renda grazia, o principe dei credenti. Ora con questa coppa che mi hai offerto sono diventato tuo ospite! Se è d’uso uccidere un ospite ordina di farlo; altrimenti accordami l’indulto, affinché possa pronunciare ai tuoi piedi le parole del perdono.” Il califfo dovette ammettere che la consuetudine imponeva il rispetto inviolabile per l’ospite e disse: “E’ vero, l’ospite è sacro, perciò ti assolvo. Prometti però di non macchiarti più di delitti.” E dopo l’atto di penitenza lo mise in libertà.

Antica fiaba persiana

Il viaggio sarebbe durato diverse ore. Mi addormentai praticamente subito, cullata dal ritmo andante dell’autobus. Mi svegliai la mattina presto, all’alba. La luce dei primi raggi di sole mi penetrava dentro gli occhi, ma non erano ancora abbastanza forti da riscaldarmi la pelle. Mi sforzai di aprire gli occhi e notai con stupore che l’autobus era quasi interamente rivestito di tappeti persiani. Due parole queste che si sposano bene tra loro.

L’uso di tappetti è frequente in Iran. Non c’è una casa che non ne abbia almeno uno per stanza. E questo sarebbe già poco. Nei villaggi più piccoli o in case più tradizionali, i tappeti prendono il posto del pavimento. Dalla cucina al bagno il tappeto diventa l’unico oggetto di arredamento presente. Sul tappeto ci si sveglia, ci si mangia e ci si ritorna a dormire.  Fui bene informata su questo argomento da un ragazzo che incontrammo in un negozio di tappeti a Isfahan, Farjad, il saggio.

I tappeti si dividono essenzialmente in due categorie: il tappeto persiano ‘da casa’ e quello ‘da nomadi’. La prima categoria deve la sua origine alla dinastia dei Safavidi (1500-1700). Questi monarchi, non trovando i tappeti presenti abbastanza raffinati, ne modificarono la fattura (con nodi più sottili) e crearono disegni più raffinati. Il disegno non venne più fatto a memoria o inventato sul momento, ma venne affidato al lavoro di maestri disegnatori, gli ustad, che si specializzarono principalmente in motivi floreali e curvilinei, curando con attenzione ogni minimo dettaglio e simmetria. La seconda categoria è invece la più antica. Sono questi i tappeti usati dalle tribù nomadi, non solo persiane, durante i loro viaggi. Sono più piccoli, per essere meglio trasportati e sicuramente meno raffinati. Vengono infatti tessuti velocemente, e la velocità giustifica qualche intreccio o colore fuori posto. I disegni di questi tappeti sono geometrici, linee verticali e orizzontali che raccontano un sogno o una paura della donna che li sta tessendo.  Queste linee si incontrano tra loro formando una lingua dei segni. L’aquila, emblema di potenza e di regalità,  il pavone che grazie al suo superbo piumaggio, sembra proteggere dal male, il cammello, portatore di ricchezza e felicità, o il cane, che veniva raffigurato per proteggere il proprietario del tappeto dal furto. Non mancavano simboli dal mondo vegetale, il melograno per esempio. Questa pianta richiede pochissima acqua e cresce su ogni tipo di terreno, quasi a costituire una specie di miracolo e di dono della natura in terre aride e brulle. Lo stesso frutto, con i suoi chicchi dolci e succulenti, sembra di per sé incarnare l’emblema della prosperità: non per niente divenne simbolo di ricchezza e fertilità. Oppure l’albero della vita. Considerando la natura stessa della vita di questa tribù, passata a peregrinare in zone brulle e desertiche, dove la presenza di vegetazione significava la presenza stessa di acqua, non è difficile individuare l’importanza di questo simbolo.  Questi alberi venivano così raffigurati: il sottosuolo, dominato da forze magiche, dove si insinuano le radici, la superficie della terra, regno degli uomini, dove il fusto cresce e si sviluppa, il cielo, luogo del divino, verso il quale si protendono le chiome.

Mentre Farjad ci indottrina su questa, per me sconosciuta, cultura dei tappeti, noi ce ne stavamo lì, seduti a sorseggiare thè, al cospetto di miliardi di fili di lana annodati che raccontavano frammenti di vita. E io non potevo fare a meno di vedere questa piccola giovane donna dagli occhi colmi di sogni, che al barlume di una candela, nell’intimità di una tenda persa in qualche deserto, si affrettava ad intrecciare il suo futuro, per poi mostrarlo con fierezza al padre. E questi fili, che scivolavano agilmente tra le sue dite snelle e  abili, raccontavano il suo desiderio di avere un giorno e un marito e un figlio con i quali vivere in prosperità e protetta contro ogni male e invidia. Questi pensieri mi bloccarono bruscamente quando Farjad ci mostrò un altro tappeto, proveniente da qualche tribù afghana. Era un tappeto recente. I motivi erano diversi, non più animali o alberi, ma bombe e carri armati. Evidentemente sono cambiate nel corso degli anni le paure e i sogni di questi popoli.

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