I <3 Teheran -part 1-

Le ricette di questo posto sono koodibeh e lavashak
Le foto sono qui

Torniamo a bomba.

E’ stato difficile scegliere un viaggio con cui iniziare. Ho scelto uno degli ultimi, quello che mi è rimasto più nel cuore.

Il viaggio è iniziato nel maggio 2011. In quell’anno mi trovavo in India per uno scambio con l’università. Durante il mio soggiorno in India, a Pune per l’esattezza, ho conosciuto un ragazzo, Hamed. Siamo stati insieme praticamente fin da subito. Sapevamo non sarebbe continuata la nostra storia, ma non importava. Per i dieci mesi che sono stata lì, siamo stati sempre insieme.

Hamed è iraniano. Studiava a Pune già da un anno prima che arrivassi io. Frequentando lui, ho frequentato anche molti suoi amici iraniani e ho avuto modo di avvicinarmi a una cultura che non avevo nemmeno idea esistesse. Per questo gli sarò sempre grata.

Essendo affascinata da lui e dai suoi racconti, ho deciso che prima di tornare in Italia sarei andata a vedere di persona il suo bellissimo paese. E’ stata forse una delle scelte più sagge che abbia fatto nella mia vita.

Insomma, nel maggio 2011 mi sono imbarcata su un volo Emirates da Mumbai a Teheran, con scalo a Dubai ed una volta atterrata è iniziata quella che rimarrà per me un’esperienza bellissima.

A dir la verità già in aereo da Dubai a Teheran si respirava un’aria diversa. Penso di essere stata una delle poche non iraniane presenti nel volo e mi vedevo gli occhi addosso. I miei vicini sono stati i primi di una lunga serie a chiedermi incuriositi perché stessi andando nel loro paese. Non siamo abituati a vedere molti turisti. Erano dispiaciuti di questo. Ma vedrai che ti troverai benissimo, noi iraniani siamo persone accoglienti e vogliamo che il nostro ospite apprezzi la nostra terra e tutto quello che abbiamo da offrirgli. Durante il mio soggiorno devo dire che ho potuto constatare che è proprio così. Allo stesso modo, ma con molto dispiacere, mi avvisavano delle regole da seguire. Ricordati che dovrai sempre indossare il velo. Purtroppo qui funziona cosi.

All’annuncio del pilota che il momento dell’atterraggio stava per avvicinarsi, noto un trambusto generale. Tutte le donne intorno a me iniziavano a coprirsi la nuca. Non vedevo tanti volti tristi, piuttosto non curanti e quasi divertiti da quel loro gesto, direi privo di alcun significato. Mi ricordo l’immagine di questa signora, vestita in gonna e canotta, che cercava di coprirsi il più possibile con la coperta fornita dalla compagnia aerea. Mi pare ne avesse usate due alla fine. La vedevo ridere con le amiche mentre diceva loro qualcosa in persiano. Per me voleva dire, oddio ho scordato la sciarpa, e guarda come mi devo combinare, che assurdità.

In aeroporto mi aspettavano Hamed e sua sorella con un bellissimo mazzo di fiori. La sorella di Hamed non parla inglese, ma era felicissima e gentilissima e provavamo a comunicare come meglio potevamo, anche con l’aiuto di Hamed che traduceva.

Arriviamo alla macchina e ci dirigiamo verso casa. Noto subito un paesaggio industrializzato, tante macchine, strade enorme, a tantissime corsie e tutto abbastanza ordinato. Sinceramente non era quello che mi aspettavo.

L’accoglienza in casa è stata veramente calorosa. La mamma di Hamed, anche lei non parla inglese, mi ha abbracciata e ha cominciato a dirmi mille cose in persiano. L’unica cosa che riuscivo a intendere era “azizami”, mia cara. Abbiamo fumato uno shisha e mangiato frutta e già mi sentivo a casa.

La sera andammo fuori a cenare col nostro amico Pooya. Un locale piccolo e con i tavoli di plastica dove preparavano il delizioso koobideh. Non che non l’avessi mai mangiato, in India era una consuetudine, ma quel primo koobideh in Iran non era affatto confrontabile con quelli mangiati prima.

Koobideh Kabab

si utilizza carne macinata di manzo o agnello. La carne viene macinata due volte per ottenere una migliore consistenza. (altrimenti sembrerebbe un hamburger). Si aggiunge sale, aglio, pepe, sedano, sumac (rhus), cipolla grattugiata e un tuorlo d’uovo. Si copre e lascia marinare in frigo per almeno quattro ora. Si griglia su uno spiedo su carbone.

Si serve con riso accompagnato da pomodori e cipolle grigliate vicino alla carne.

Nei giorni che seguirono molte sono le cose che abbiamo visto, fatto e mangiato.

Sulla cucina iraniana dovrei scrivere un post a parte. Penso che sia una cucina sublime, una delle più buone che abbia mai mangiato. Non posso dire ci sia stato un piatto che non mi sia piaciuto. Era tutto delizioso.

Cose da visitare a Teheran ce ne sono molte: Il Golestan Palace, Il Niavaran Palace Complex, la Milad Tower, la Azadi Tower, Darband…

Ecco, vorrei parlarvi di Darband. Darband era un piccolo villaggio, ora diventato un quartiere ai confini di Teheran. Da qui si parte per un’escursione sul monte Tochal. C’è anche un’ascensore per chi non volesse camminare.

Siamo andati io, Hamed e suo fratello. Non mi sembrava più di essere a Teheran, ma in qualche villaggio dei balocchi tra i monti. Salendo verso il monte, avevamo intorno a noi piccole baite costruite sulle piccole cascate del fiume. Erano quasi tutte attrezzate con delle strane sedute, dei tappetti rialzati, dove ci si poteva sdraiare, bere un the e fumare uno shisha. Mi ricordo che il nostro tappeto era costruito direttamente sopra il torrente. Non riusciamo quasi a sentirci. Si sentiva solo il rumore dell’acqua contro le rocce. Dovunque si respirava odore di kabab, di lavashak, di the. La situazione era movimentata, c’era gente ovunque e non si distingueva più tra il rumore delle persone e quello dell’acqua che scorreva.

Lavashak

Cuocere prugne, acqua e succo di limone in una pentola antiaderente per 30-45 minuti a fuoco basso, finchè le prugne si sono completamente cotte e ne è rimasto poco succo.

Con un frullatore a immersione creare un purea e distribuirla, creando uno strato finissimo, su un foglio di alluminio, su cui era stato passato dell’olio.

Cuocere in forno per un’ora a 250° (questa operazione permette di accellerare i tempi) e poi lasciare al sole per due giorni coperto con una garza. (se si elimina la cottura in forno, va lasciata quattro giorni al sole)

Si possono utilizzare diversi tipi di frutta.

Il piacere di mangiare queste foglie di frutta che ti si sciolgono in bocca è una emozione che  mi porterò sempre dietro. Non ho mai provato a farle, anzi prima di ora, non avevo nemmeno idea che fosse cosi facile. Il che significa che a breve ci proverò.

Questi fogli di frutta appiccicosi erano ovunque, ed erano in rotoli giganteschi, sembrava di comprare della stoffa a metraggio. Quando vorrei poter uscire domani e al mercato trovare su una bancarella uno di questi rotoli di lavashak.

Scendendo da Darbang a piedi, all’incrocio di un semaforo, ci chiamano delle persone. Erano dei tassisti in pausa. Avevano steso il loro tappeto sulla strada e stavano fumano shisha e bevendo the (è evidentemente una delle cose più comuni da fare in Iran). Ci invitano a sederci con loro, e con immensa gioia accettiamo l’invito. Ovviamente anche loro incuriositi fanno domande sul motivo della mia presenza in Iran. Poi iniziano a raccontarci della caduta dello Shah iraniano in favore della Repubblica Islamica. Se avessimo saputo a cosa andavamo incontro non l’avremmo mai fatto. Ci hanno fregato, ci hanno fatto credere che saremmo stati liberi. Ed eccoci, stiamo peggio di prima.

Quello che ho inteso io del popolo iraniano, è che è un popolo che si è sentito preso in giro. E’ un popolo che ha creduto nella rivoluzione. Ha lottato col cuore per la propria libertà. E invece si è ritrovato più prigioniero di quello che era. E’ un popolo che vive un’identità che non lo rispecchia affatto. Mi ricordo un tassista che mi disse una volta, dovremmo fare come avete fatto voi con la chiesa, prendere tutti nostri imam e rinchiuderli da qualche parte.

Forse questo post sta diventando troppo lungo. Per stasera direi che è il caso di finirla qui.

Buonanotte.

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